Barolo 2016: A Modern Day Classic

Living just an hour drive from Piedmont, I spend a lot of time in the region, and travel there for days at a time at least nine or ten times a year. In the fall of 2019, I spent several days in Barolo dedicated to informally previewing a number of the already bottled 2016s that will be released later this year.

© Paolo Tenti | Maria Teresa Mascarello with Kerin O’Keefe in 2019

To say I was extremely impressed by the quality of the wines would be an understatement: these are some of the most magnificent young Barolos I’ve ever tried. But I was expecting nothing short of greatness based on the fantastic Barbaresco 2016s I reviewed earlier in 2019. Although it isn’t always the case that vintages will have the same results in Barolo and Barbaresco (as 2014 demonstrated), 2016 presented near perfect conditions for Nebbiolo in both denominations. It’s hands-down the greatest vintage I’ve ever tried so far in Barbaresco as my scores reflect: Out of 138 wines reviewed, I gave 99 of them 90 points and above, 38 of which received 95 points and higher:

Kerin O’Keefe Barbaresco 2016 reviews.

A classic, Old School vintage, 2016 had a cool, wet spring that delayed the vegetative cycle but thanks to the development stage the plants had already achieved, vines were spared damage by fungal diseases. The delay in the growing cycle continued throughout the summer as did cooler temperatures. 2016 had ample water reserves and no extreme heat spikes, a rarity in the area which has definitely been feeling the effects of climate change over the last two decades with overall hotter, drier summers that can negatively impact sensitive Nebbiolo. The summer extended well into September and Nebbiolo enjoyed ideal conditions that month and the first half of October that led to healthy grapes.

2016 was one of the longest and latest harvests in recent years.

© Kerin O’Keefe | Marta Rinaldi in 2019

“We started harvesting Nebbiolo on October 13,” Marta Rinaldi told me during my visit. Bottled at the end of August, by late September her Barolos were already showing beautifully. “2016 was a year for Nebbiolo,” confirmed Maria Teresa Mascarello, whose ‘16 is drop-dead gorgeous. “2016 is a happy combination of 2006 and 2008: it boasts the structure of ‘06 and the elegance of ‘08,” stated Enzo Brezza, whose perfumed 2016s are radiant, with captivating tension.

© Kerin O’Keefe | Enzo Brezza in 2019

The luminous 2016 Barolos are fresh, fragrant and loaded with finesse. They feature bright red berry fruit beautifully balanced by vibrant acidity and refined tannins. While site expression is often muffled in hot vintages, the different expressions of the various townships and vineyard areas come singing through on the 2016s.

The best 2016s are already dazzling, with remarkable depth and energy. They’ll be ready at the 10-15 year mark but they also possess incredibly age-worthy structures as well.

Stay tuned for my formal reviews based on blind tastings later this year. For the current vintage on the market check out my Barolo 2015 vintage report and my 308 reviews.

 

 

Barolo 2016: un moderno Classico

Vivendo a solo un’ora di auto dal Piemonte, passo molto tempo nella regione e viaggio lì per giorni alla volta almeno nove o dieci volte l’anno. Nell’autunno del 2019, ho trascorso diversi giorni a Barolo dedicandomi all’anteprima informale di alcuni dei 2016 già imbottigliati che verranno rilasciati nel 2020.

© Paolo Tenti | Maria Teresa Mascarello with Kerin O’Keefe in 2019

Dire che sono rimasta estremamente colpita dalla qualità dei vini sarebbe un eufemismo: questi sono alcuni dei migliori Barolo giovani che io abbia mai provato. Ma mi aspettavo un’annata a dir poco eccezionale sulla base dei fantastici Barbaresco 2016 che ho recensito all’inizio del 2019. Anche se non sempre le annate hanno gli stessi risultati in Barolo e Barbaresco (come dimostrato dal 2014), il 2016 si è presentato in pressoché perfette condizioni per il Nebbiolo in entrambe le denominazioni. È senza dubbio la più grande annata che abbia mai provato finora a Barbaresco, come riflesso nei miei punteggi: su 138 vini recensiti, ho assegnato 99 di questi 90 punti e oltre, 38 dei quali hanno ricevuto 95 punti e più:

Recensioni di Kerin O’Keefe dei Barbaresco 2016.

Un’annata classica – “Vecchia Scuola” – il 2016 ha avuto una primavera fresca ed umida che ha ritardato il ciclo vegetativo ma grazie allo stadio di sviluppo che le piante avevano già raggiunto, alle viti sono stati risparmiati danni da malattie fungine. Il ritardo nel ciclo di crescita è continuato per tutta l’estate così come le temperature più fredde. Il 2016 ha avuto ampie riserve idriche e nessun picco di calore estremo, una rarità nell’area che ha sicuramente risentito degli effetti dei cambiamenti climatici negli ultimi due decenni con estati complessivamente più calde e asciutte che possono avere un impatto negativo sul Nebbiolo, vitigno particolarmente sensibile. L’estate si è prolungata fino a settembre e il Nebbiolo ha goduto delle condizioni ideali quel mese e la prima metà di ottobre che hanno portato a uve sane.

Il 2016 è stato uno dei raccolti più lunghi e più ritardati nei tempi recenti.

© Kerin O’Keefe | Marta Rinaldi nel 2019

“Abbiamo iniziato a raccogliere il Nebbiolo il 13 ottobre”, mi ha detto Marta Rinaldi durante la mia visita. Imbottigliati alla fine di agosto, a fine settembre i suoi Barolo stavano già mostrandosi meravigliosamente. “Il 2016 è stato un anno per il Nebbiolo”, ha confermato Maria Teresa Mascarello, il cui ’16 è magnifico. “Il 2016 è un felice connubio tra il 2006 e il 2008: vanta la struttura del ’06 e l’eleganza del ’08”, ha affermato Enzo Brezza, i cui profumati 2016 sono radiosi, con una tensione accattivante.

© Kerin O’Keefe | Enzo Brezza nel 2019

Molti tra i Barolo 2016 che ho assaggiato sono luminosi, freschi, fragranti e carichi di finezza. Sono caratterizzati da sentori di frutti a bacca rossa magnificamente bilanciati da acidità vibrante e tannini raffinati. Mentre l’espressione del terroir del sito è spesso ovattata nelle annate calde, le diverse espressioni dei vari comuni e vigne vengono raccontate in modo splendido nei Barolo 2016.

I migliori 2016 sono già piacevolissimi ora, con notevole profondità ed energia. Saranno pronti tra 10-15 anni, ma possiedono anche strutture che li renderanno molto longevi.

Le mie recensioni formali basate su degustazioni alla cieca usciranno nella prima parte dell’anno.  Per l’annata corrente ancora sul mercato qui trovate il mio Barolo 2015 vintage report e le mie 308 recensioni.

 

 

Il momento migliore per bere quel Barolo? Forse proprio adesso!

Uno dei più grandi equivoci sul Barolo è che bisogna aspettare decenni prima che i vini siano pronti da bere.

Sebbene una volta questo consiglio poteva essere vero, non si applica più ai Barolo dei nostri giorni. In sostanza, quelli realizzati a partire dal 2000 circa possono essere apprezzati molto prima, anche dopo otto o dieci anni. Per alcune delle annate più calde, aspettare troppo a lungo potrebbe anche portare ad alcune amare sorprese.

La parte migliore di tutto ciò è che nonostante siano disponibili prima, le migliori annate offrono ancora un grande potenziale di invecchiamento.

© Paolo Tenti | Barolo Cantina Mascarello Cannubi 1964

Allora, cosa è cambiato? Molte cose.

Fino agli anni ’80, la maggior parte del Barolo era prodotta da grandi aziende che si affidavano a una vasta rete di viticoltori. Molti di questi agricoltori erano più interessati alla quantità che alla qualità. Con altre colture che potevano gestire, i coltivatori raccoglievano quando era conveniente, piuttosto che quando l’uva aveva raggiunto la maturità ideale.

Anche la tecnologia della cantina era piuttosto basilare e i tempi di macerazione post-fermentazione potevano allungarsi per mesi.

Il clima è stato un altro fattore importante. Le stagioni di crescita più fresche e umide hanno significato che per ogni decennio c’erano solo due o tre annate buone o grandi. Ciò ha portato in gran parte a Baroli che erano aggressivamente tannici nella loro giovinezza, con dorsali acide che hanno bisogno di anni per integrarsi.

I Barolo moderni sono più completi e accessibili in giovane età che mai.

Oggi, la maggior parte dei coltivatori sono diventati da tempo produttori di Barolo a sé stanti, focalizzati sulla qualità costante. Grandi miglioramenti nell’attrezzatura per la vinificazione e la cantina, che includono fermentazioni a temperatura controllata, presse delicate e legno di quercia per le botti di migliore qualità, sono stati fondamentali.

Ma i cambiamenti più importanti sono avvenuti nei vigneti. La resa ridotta, la riduzione del rame e l’abbandono di prodotti chimici aggressivi hanno fatto una grande differenza. Altri fattori come piantare erba tra le file, raccolti tempestivi e rigorosa selezione dell’uva sono stati fondamentali per creare Barolo con tannini più raffinati e nobili.

Gli effetti del cambiamento climatico hanno anche portato a stagioni di crescita più calde e asciutte. Ciò significa che, nella maggior parte degli anni, il Nebbiolo fa raramente fatica a maturare come una volta.

Tutto ciò equivale a Barolo che sono più completi e accessibili in giovane età che mai. Per catturare la combinazione vincente di complessità, freschezza, tensione, frutta e tannini fermi ma raffinati, consiglio di aprirli come regola generale dagli otto ai quindici anni dopo la vendemmia.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Le annate 2001, 2004, 2008 e persino la 2010 sono tutte meravigliosamente godibili in questo momento.

Molti 2004 sono al culmine, mentre le annate 2008 e 2010 hanno ancora anni di potenziale invecchiamento in più. L’annata 2011 mostra buoni risultati, ma la maggior parte non ha un potenziale di invecchiamento a lungo termine. Le annate 2007 e 2009 dovrebbero essere apprezzate presto.

In conclusione, puoi ancora aspettare decenni per goderti le migliori annate, se vuoi, ma sappi solo che non è qualcosa che sei obbligato a fare.

Quanto sopra è una traduzione dell’articolo originale in inglese di  apparso su Wine Enthusiast di Novembre 2019: https://www.winemag.com/2019/11/21/open-aged-barolo/

 

Italian wine reviews (tasted through August 2019)

Check out my latest reviews: (193 wines) Barolo, Sicilia and more

blind tasting Kerin O'Keefe

Top 12 of the Month

Bunch thinning – too much of a good thing. Diradamento: sicuri che sia una cosa buona?

The English version of this article has been published here: https://www.winemag.com/2019/03/14/is-there-really-a-benefit-to-crop-thinning/

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando una manciata di grandi produttori piemontesi, tra cui Elio Altare e Michele Chiarlo, iniziò a eliminare i grappoli (procedura nota come diradamento, una tecnica già utilizzata nelle principali denominazioni francesi) per ridurre le rese e migliorare la qualità, la gente del posto pensava che questi pionieri fossero pazzi. Vedendo grappoli di uva perfettamente buona sul terreno, i coltivatori con vigneti vicino a Chiarlo hanno anche chiesto al parroco di intervenire nel tentativo di fermare ciò che vedevano come un sacrilegio.

Il problema sta nel fatto che, nelle condizioni climatiche più calde e più secche attuali, questa pratica di vigneto ormai onnipresente sta esasperando naturalmente livelli alcolici più alti ed abbassando i livelli di acidità. È dunque tempo di ripensare al diradamento dei grappoli.

L’idea alla base del metodo è che meno grappoli per vite consentono una migliore maturazione dell’uva che a sua volta genera vini più concentrati e livelli alcolici più alti. Trent’anni fa, con stagioni di coltivazione più fredde e più umide e vigneti orientati alla quantità anzichè alla produzione di qualità, era sensato assottigliare il raccolto.

© Paolo Tenti | Grape thinning in Montalcino

Ad esempio, nella denominazione del Barolo, fino ai primi anni 2000, caraterizzate spesso da estati fresche ed autunni piovosi, il Nebbiolo aveva spesso difficoltà di maturazione. Il controllo delle rese attraverso il diradamento delle colture è stato fondamentale per ottenere la qualità. Tenendo presente la qualità, alla fine degli anni ’90 i produttori di tutta Italia stavano reimpiantando in siti selezionati a densità più elevate e con nuovi cloni, passando a sistemi di allevamento e metodi di potatura migliori. Tutte queste misure sono state progettate per ridurre i raccolti, combattere le malattie ed incoraggiare la maturazione quando le temperature estive più fresche e le frequenti piogge autunnali erano la norma.

Poi sono arrivati i cambiamenti climatici. Le stagioni di crescita dell’uva più calde e secche stanno aumentando i livelli alcolici ed abbassando l’acidità nelle denominazioni di tutto il mondo. In Piemonte, non è raro vedere Barolo e Barbaresco con il 15% sulle etichette, mentre il 15,5% non è più inedito per la Barbera d’Asti. A Montalcino, dove i produttori di Brunello erano soliti avere difficoltà a raggiungere il 13% circa, direi che mantenere i vini sotto il 15% è una sfida. In Collio, i bianchi con il 14,5% sono ormai all’ordine del giorno. Quando i livelli di alcol aumentano e l’acidità precipita, i gusti dei consumatori hanno oscillato nella direzione opposta: la maggior parte delle persone oggi preferisce vini eleganti con la positiva tensione data da un buon livello di acidità ma senza alcool eccessivo. Non è più logico praticare il diradamento per ridurre ulteriormente i rendimenti in questa Nuova Era.

Alcuni sostengono che i livelli di alcol non importano se i vini hanno abbastanza frutta. Eppure è difficile trovare vini ad alto contenuto alcolico che vantano equilibrio, vitalità e complessità, o che siano compatibili con gli alimenti, rendendo i vini di difficile abbinamento. Una minore acidità mette a rischio anche la longevità del vino.

I produttori sono nettamente divisi sulla questione, ma io sono d’accordo con coloro che stanno limitando il diradamento dei grappoli per concentrarsi su vini di qualità che vantano freschezza, finezza ed equilibrio.

Vini italiani: i miei top 30 del 2018

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 3399 mie recensioni di vini italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini rossi italiani le cui recensioni sono apparse nel 2018 sono stati 2260. Qui trovate l’elenco completo: Vini rossi italiani recensiti da Kerin O’Keefe

Un’annata di assaggi sicuramente molto gratificante, i grandi rossi italiani hanno dimostrato tutto il loro potenziale suscitando l’interesse degli appassionati di tutto il mondo.

Vini rossi italiani: i miei top 10 del 2018

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 808 mie recensioni di vini bianchi e rosati italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini bianchi e rosati italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini bianchi e rosati italiani sono ancora sottovalutati a livello mondiale, ma sta sempre più emergendo la consapevolezza della qualità, unita spesso ad una notevole longevità, tra i numerosi intenditori di vini italiani in ogni parte del mondo.

Vini bianchi e rosati italiani: i miei top 10 del 2018

 

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 330 mie recensioni di bollicine e vini dolci italiani. Qui trovate l’elenco completo: Bollicine e vini dolci italiani recensiti da Kerin O’Keefe

La qualità delle bollicine e dei vini dolci italiani cresce di anno in anno e viene sempre più apprezzata a livello internazionale.

Bollicine e vini dolci italiani: i miei top 10 del 2018

 

Italian wine reviews (tasted through August 2018)

Check out my latest reviews: (310 wines): Barolo, Etna, Taurasi and more

blind tasting Kerin O'Keefe

Top 20 of the Month

Italian wine reviews (tasted through July 2018)

Check out my latest reviews: (175 wines): Barolo, Valle d’Aosta, Liguria and more

blind tasting Kerin O'Keefe

Top 30 of the Month

Addio Giuseppe Rinaldi (in italiano)

Giuseppe “Beppe” Rinaldi, uno dei produttori più rispettati delle Langhe, è scomparso domenica 2 settembre all’età di 70 anni. E Barolo non sarà più la stessa senza di lui.

© Paolo Tenti | Giuseppe Rinaldi in 2013

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre (qui trovate le mie recensioni dei suoi Barolo 2009-2013).

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre.

Beppe rimaneva l’unico superstite del trio del Barolo soprannominati gli ultimo Mohicani. Il gruppo, che comprendeva i compianti Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, era un fedele difensore dei Baroli classici di territorio. Si unirono quando la “guerra del Barolo” imperversava tra i tradizionalisti e i cosiddetti modernisti: questi ultimi usavano i fermentatori rotanti e invecchiavano i vini in barriques nuove, mentre i tradizionalisti prediligevano lunghe macerazioni post-fermentative e l’affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia.

Beppe, Bartolo e Teobaldo alla fine hanno vinto quella guerra: in questi giorni la maggior parte dei produttori si è allontanata dalle pratiche aggressive di vinificazione e ha adottato tecniche di cantina meno invasive che esaltano le caratteristiche floreali, di piccoli frutti rossi e balsamiche del Nebbiolo. Ma Beppe passò alla successiva battaglia, quella di difendere i luoghi vitali del Barolo. Lui, insieme a Maria Teresa Mascarello ed Enzo Brezza, ha coraggiosamente sfidato l’establishment per difendere i vigneti storici del Barolo, in particolare il vigneto Cannubi. Come mi ha detto nel 2013, durante un’intervista per il mio libro su Barolo e Barbaresco: “Oggi i produttori di Barolo hanno piantato vigneti in aree in cui i nostri nonni non avrebbero mai immaginato di piantare il Nebbiolo.”

Con il medesimo nome di suo nonno paterno Giuseppe, che fondò l’azienda nel 1890, Beppe, dopo gli studi da veterinario, imparò l’arte della vinificazione e della viticoltura dal padre Battista, che si diplomò con lode alla Scuola Enologica di Alba. Nella loro villa alla periferia di Barolo, in cantine cavernose dominate da botti di rovere di Slavonia, troverai tutte le passioni di Beppe: una sedia primitiva fatta di barrique usate, con un cartello scritto a mano: “Il miglior uso della Barrique “, e in un’altra area a latere delle cantine di vinificazione e invecchiamento, due interi locali pieni di vecchie Lambretta in vari stadi di restauro e casse piene di pezzi.

Ma più di tutto la passione di Beppe consisteva nel fare in modo che i suoi vini esprimessero al meglio i rispettivi vigneti e le caratteristiche proprie di ciascuna vendemmia. A tal fine ha evitato le tecnologie di cantina più moderne, compresi i lieviti selezionati. “Non ho bisogno di lieviti selezionati. Prima che i lieviti selezionati fossero inventati, il vino fermentava spontaneamente. Ho semplicemente lasciato che la natura facesse il suo corso”, mi ha detto nel 2008. Non ha mai usato prodotti chimici nei suoi vigneti, che sono tra i siti più ambiti della denominazione: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera e Le Coste.

Ma al di sopra e al di là del suo terroso e sentimentale Barolo, Beppe aveva un carisma che poteva muovere gli eserciti, e ha marciato al ritmo di un diverso tamburino in tutti i sensi. In diverse occasioni, venivo a casa sua e, camminando attraverso l’elegante salotto, trovavo una delle sue motociclette parcheggiate di fronte agli eleganti divani, perché, come disse una volta a sua moglie Annalisa, “Stava piovendo ieri sera”.

Beppe era una di quelle rare anime che dicevano quello che pensava e combatteva duramente per ciò in cui credeva e non gli interessava di ottenere l’approvazione delle sue idee. E quando l’hai incontrato, anche se inizialmente non eri d’accordo con lui, poi non hai mai guardato il Barolo nella stessa luce di prima.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Per fortuna le sue figlie, Marta, laureata in enologia all’Università di Torino e Carlotta, laureata in agronomia, hanno lavorato per anni con il padre. Il futuro dell’azienda è in ottime mani.

Ho scoperto per la prima volta che Beppe era malato ai primi di giugno e, mentre ero in Piemonte lo scorso fine settimana, avevo sentito che purtroppo le cose non stavano andando troppo bene. Sabato abbiamo condiviso una bottiglia di Barolo Brunate – Le Coste 2009 con amici e, anche in questa difficile annata, Beppe ha tirato fuori un capolavoro.

Addio Beppe, ci mancherai.

 

Addio Giuseppe Rinaldi

One of Barolo’s most outspoken and respected producers, Giuseppe “Beppe” Rinaldi passed away on Sunday, September 2nd, at the age of 70. And Barolo will never be the same.

A passionate defender of traditionally crafted Barolo, Beppe, nicknamed ‘Citrico’ for his scathing, acidic frankness and sense of humor, made soulful, fragrant Barolos boasting floral, earthy, red berry and mineral sensations that only Nebbiolo planted in the best sites and not forced in the cellar can produce (here you find my reviews of his Barolos 2009-2013) .

© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas
© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas

Beppe was the lone survivor of the Barolo threesome nicknamed the Last of the Mohicans. The group, which included the late Bartolo Mascarello and Teobaldo Cappellano, were stalwart defenders of terroir-driven, classic Barolos that united back when the Barolo Wars raged between the Traditionalists and the so-called Modernists: the latter used rotary fermenters and aged the wines in all new barriques, while the Traditionalists favored long, post-fermentation macerations and aging in large Slavonian oak.

Beppe, Bartolo and Teobaldo eventually won that war: these days most producers have stepped away from aggressive winemaking practices and have adopted less intrusive cellar techniques that exalt Nebbiolo’s floral, red berry and balsamic characteristics. But Beppe found himself moving on to the next battle, that of defending Barolo’s hallowed vineyard sites. He, along with Maria Teresa Mascarello and Enzo Brezza, bravely took on the establishment to defend Barolo’s historic vineyards, namely the much-contested Cannubi vineyard. As he told me in 2013, during an interview for my Barolo and Barbaresco book, “Today, Barolo makers have planted vineyards in areas our grandfathers would never have imagined planting Nebbiolo.”

Named after his grandfather Giuseppe, who founded the firm in 1890, Beppe, a trained veterinarian learned the art of winemaking from his father Battista, who graduated with honors from Alba’s Enological School. In their country villa on the outskirts of Barolo, in cramped, cavernous cellars dominated by Slavonian oak casks, you’ll find all of Beppe’s passions: a primitive chair made of a used barrique, with a hand written sign: “The Best Use of Barrique”, and in another area removed from the vinification and aging cellars, two entire rooms filled with old Lambretta scooters in various stages of restoration and crates full of parts.

Above all, Beppe was committed to turning out Nebbiolos that best expressed their vineyard sites and the vintage. To this end he shunned most modern cellar technologies, including selected yeasts. “I don’t need selected yeasts. Before selected yeasts were invented, wine fermented spontaneously. I simply let nature take its course,” he told me in 2008. He also never used any chemicals in his vineyards, which are among the most coveted sites in the denomination: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera and Le Coste.

But above and beyond his earthy, soulful Barolos, Beppe had a charisma that could move armies, and he marched to the beat of a different drummer in every sense. On several occasions, I would come to his house, and walking through the elegant living room, find one of his motorcycles parked in front of the elegant settees, because, as he told his wife Annalisa , “It was raining last night”.

Beppe was one of those rare souls that said what he thought and fought hard for what he believed in and didn’t give a damn if you agreed or not. And when you met him, you never looked at Barolo in the same light.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Thankfully, his daughters, Marta, who graduated from the University of Turin in enology and Carlotta, who graduated from the same university in agronomy, have been working alongside their father for years.

I first found out that Beppe was ill back in early June, and while in Piedmont this past weekend, heard things weren’t looking too well. On Saturday we shared a bottle of Rinaldi’s 2009 Brunate – Le Coste with friends, and even in this difficult vintage for Barolo, Beppe pulled off what the Italians call ‘un capolavoro’.

Addio Beppe.