Italian wine reviews (tasted through July 2018)

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blind tasting Kerin O'Keefe

Top 30 of the Month

Addio Giuseppe Rinaldi (in italiano)

Giuseppe “Beppe” Rinaldi, uno dei produttori più rispettati delle Langhe, è scomparso domenica 2 settembre all’età di 70 anni. E Barolo non sarà più la stessa senza di lui.

© Paolo Tenti | Giuseppe Rinaldi in 2013

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre (qui trovate le mie recensioni dei suoi Barolo 2009-2013).

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre.

Beppe rimaneva l’unico superstite del trio del Barolo soprannominati gli ultimo Mohicani. Il gruppo, che comprendeva i compianti Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, era un fedele difensore dei Baroli classici di territorio. Si unirono quando la “guerra del Barolo” imperversava tra i tradizionalisti e i cosiddetti modernisti: questi ultimi usavano i fermentatori rotanti e invecchiavano i vini in barriques nuove, mentre i tradizionalisti prediligevano lunghe macerazioni post-fermentative e l’affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia.

Beppe, Bartolo e Teobaldo alla fine hanno vinto quella guerra: in questi giorni la maggior parte dei produttori si è allontanata dalle pratiche aggressive di vinificazione e ha adottato tecniche di cantina meno invasive che esaltano le caratteristiche floreali, di piccoli frutti rossi e balsamiche del Nebbiolo. Ma Beppe passò alla successiva battaglia, quella di difendere i luoghi vitali del Barolo. Lui, insieme a Maria Teresa Mascarello ed Enzo Brezza, ha coraggiosamente sfidato l’establishment per difendere i vigneti storici del Barolo, in particolare il vigneto Cannubi. Come mi ha detto nel 2013, durante un’intervista per il mio libro su Barolo e Barbaresco: “Oggi i produttori di Barolo hanno piantato vigneti in aree in cui i nostri nonni non avrebbero mai immaginato di piantare il Nebbiolo.”

Con il medesimo nome di suo nonno paterno Giuseppe, che fondò l’azienda nel 1890, Beppe, dopo gli studi da veterinario, imparò l’arte della vinificazione e della viticoltura dal padre Battista, che si diplomò con lode alla Scuola Enologica di Alba. Nella loro villa alla periferia di Barolo, in cantine cavernose dominate da botti di rovere di Slavonia, troverai tutte le passioni di Beppe: una sedia primitiva fatta di barrique usate, con un cartello scritto a mano: “Il miglior uso della Barrique “, e in un’altra area a latere delle cantine di vinificazione e invecchiamento, due interi locali pieni di vecchie Lambretta in vari stadi di restauro e casse piene di pezzi.

Ma più di tutto la passione di Beppe consisteva nel fare in modo che i suoi vini esprimessero al meglio i rispettivi vigneti e le caratteristiche proprie di ciascuna vendemmia. A tal fine ha evitato le tecnologie di cantina più moderne, compresi i lieviti selezionati. “Non ho bisogno di lieviti selezionati. Prima che i lieviti selezionati fossero inventati, il vino fermentava spontaneamente. Ho semplicemente lasciato che la natura facesse il suo corso”, mi ha detto nel 2008. Non ha mai usato prodotti chimici nei suoi vigneti, che sono tra i siti più ambiti della denominazione: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera e Le Coste.

Ma al di sopra e al di là del suo terroso e sentimentale Barolo, Beppe aveva un carisma che poteva muovere gli eserciti, e ha marciato al ritmo di un diverso tamburino in tutti i sensi. In diverse occasioni, venivo a casa sua e, camminando attraverso l’elegante salotto, trovavo una delle sue motociclette parcheggiate di fronte agli eleganti divani, perché, come disse una volta a sua moglie Annalisa, “Stava piovendo ieri sera”.

Beppe era una di quelle rare anime che dicevano quello che pensava e combatteva duramente per ciò in cui credeva e non gli interessava di ottenere l’approvazione delle sue idee. E quando l’hai incontrato, anche se inizialmente non eri d’accordo con lui, poi non hai mai guardato il Barolo nella stessa luce di prima.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Per fortuna le sue figlie, Marta, laureata in enologia all’Università di Torino e Carlotta, laureata in agronomia, hanno lavorato per anni con il padre. Il futuro dell’azienda è in ottime mani.

Ho scoperto per la prima volta che Beppe era malato ai primi di giugno e, mentre ero in Piemonte lo scorso fine settimana, avevo sentito che purtroppo le cose non stavano andando troppo bene. Sabato abbiamo condiviso una bottiglia di Barolo Brunate – Le Coste 2009 con amici e, anche in questa difficile annata, Beppe ha tirato fuori un capolavoro.

Addio Beppe, ci mancherai.

 

Addio Giuseppe Rinaldi

One of Barolo’s most outspoken and respected producers, Giuseppe “Beppe” Rinaldi passed away on Sunday, September 2nd, at the age of 70. And Barolo will never be the same.

A passionate defender of traditionally crafted Barolo, Beppe, nicknamed ‘Citrico’ for his scathing, acidic frankness and sense of humor, made soulful, fragrant Barolos boasting floral, earthy, red berry and mineral sensations that only Nebbiolo planted in the best sites and not forced in the cellar can produce (here you find my reviews of his Barolos 2009-2013) .

© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas
© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas

Beppe was the lone survivor of the Barolo threesome nicknamed the Last of the Mohicans. The group, which included the late Bartolo Mascarello and Teobaldo Cappellano, were stalwart defenders of terroir-driven, classic Barolos that united back when the Barolo Wars raged between the Traditionalists and the so-called Modernists: the latter used rotary fermenters and aged the wines in all new barriques, while the Traditionalists favored long, post-fermentation macerations and aging in large Slavonian oak.

Beppe, Bartolo and Teobaldo eventually won that war: these days most producers have stepped away from aggressive winemaking practices and have adopted less intrusive cellar techniques that exalt Nebbiolo’s floral, red berry and balsamic characteristics. But Beppe found himself moving on to the next battle, that of defending Barolo’s hallowed vineyard sites. He, along with Maria Teresa Mascarello and Enzo Brezza, bravely took on the establishment to defend Barolo’s historic vineyards, namely the much-contested Cannubi vineyard. As he told me in 2013, during an interview for my Barolo and Barbaresco book, “Today, Barolo makers have planted vineyards in areas our grandfathers would never have imagined planting Nebbiolo.”

Named after his grandfather Giuseppe, who founded the firm in 1890, Beppe, a trained veterinarian learned the art of winemaking from his father Battista, who graduated with honors from Alba’s Enological School. In their country villa on the outskirts of Barolo, in cramped, cavernous cellars dominated by Slavonian oak casks, you’ll find all of Beppe’s passions: a primitive chair made of a used barrique, with a hand written sign: “The Best Use of Barrique”, and in another area removed from the vinification and aging cellars, two entire rooms filled with old Lambretta scooters in various stages of restoration and crates full of parts.

Above all, Beppe was committed to turning out Nebbiolos that best expressed their vineyard sites and the vintage. To this end he shunned most modern cellar technologies, including selected yeasts. “I don’t need selected yeasts. Before selected yeasts were invented, wine fermented spontaneously. I simply let nature take its course,” he told me in 2008. He also never used any chemicals in his vineyards, which are among the most coveted sites in the denomination: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera and Le Coste.

But above and beyond his earthy, soulful Barolos, Beppe had a charisma that could move armies, and he marched to the beat of a different drummer in every sense. On several occasions, I would come to his house, and walking through the elegant living room, find one of his motorcycles parked in front of the elegant settees, because, as he told his wife Annalisa , “It was raining last night”.

Beppe was one of those rare souls that said what he thought and fought hard for what he believed in and didn’t give a damn if you agreed or not. And when you met him, you never looked at Barolo in the same light.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Thankfully, his daughters, Marta, who graduated from the University of Turin in enology and Carlotta, who graduated from the same university in agronomy, have been working alongside their father for years.

I first found out that Beppe was ill back in early June, and while in Piedmont this past weekend, heard things weren’t looking too well. On Saturday we shared a bottle of Rinaldi’s 2009 Brunate – Le Coste with friends, and even in this difficult vintage for Barolo, Beppe pulled off what the Italians call ‘un capolavoro’.

Addio Beppe.

Italian wine reviews (tasted through June 2018)

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blind tasting Kerin O'Keefe

Top 30 of the Month

Italian wine reviews (tasted through January 2018)

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Top 10 of the Month (excluding Brunello di Montalcino)

2013 Brunello di Montalcino: 30 Top-Rated Wines

 

Togerther with the 2013 Brunellos 2012 Riservas also came out, of which a good number were oustanding, particularly two of them to which I awarded a perfect 100 points score.

2012 Brunello di Montalcino Riserva Top-Rated Wines: 10 Top-Rated Wines

Plus a fabulous 2011  Riserva:

Here you find all my 272 reviews  (180 Brunello di Montalcino 2013, 88 Riserva 2012 and 4 Riserva 2011)

Bruno Giacosa è deceduto a 88 anni

Oggi il mondo del vino italiano ha perso una delle sue leggende, Bruno Giacosa, all’età di 88 anni.

© Paolo Tenti | a bottle of Barbaresco Bruno Giacosa Asili Riserva with the Asili vineyard in the background

I Barolo e Barbaresco di Bruno includono alcuni dei nomi più sacri del Piemonte, tra cui il Barolo Falletto, il Barolo Le Rocche del Falletto, il Barbaresco Asili e il Barbaresco Santo Stefano, mentre le sue bottiglie con l’etichetta rossa delle Riserve – realizzate solo nei migliori anni – sono tra i vini più ricercati al mondo.

Giacosa era un tradizionalista illuminato, che combinava un approccio largamente non interventista in cantina con idee innovative, come il cambiamento dalle tradizionali botti di Slavonia alle botti grandi di rovere francese non tostate fatte da Gamba fin dagli anni ’80, quando molti altri optavano per tostare le barriques che avrebbero mascherato le classiche sensazioni floreali, di frutti di bosco e di note balsamiche del Nebbiolo.

Ma furono le straordinarie capacità di degustazione di Bruno la chiave del suo successo. Ha lasciato la scuola a quindici anni per lavorare nell’azienda vitivinicola di suo padre, trascorrendo le sue giornate camminando tra le colline delle Langhe alla ricerca delle migliori uve, vale a dire Nebbiolo ma anche Barbera e Dolcetto. Il giovane Giacosa divenne presto noto per quello che molti descrivono come il suo palato d’oro, e avrebbe continuato a creare Barolo e Barbaresco di complessità, finezza e longevità dai vigneti più rinomati. Scoprì anche vigneti meno conosciuti che avrebbe reso famosi attraverso i suoi vini eleganti e impeccabilmente equilibrati. Il suo rispetto per le vigne e la sua comprensione del modo in cui davano ai vini personalità individuali arrivarono decenni prima del suo tempo. Le sue prime bottiglie da vigneto singolo, il Barbaresco Santo Stefano Riserva Speciale del 1964, il Barbaresco Asili Riserva del 1967 e il Barolo Vigna Rionda del 1967, sono stati tra le prime in Italia.

Giacosa ha influenzato diverse generazioni di viticoltori, tra cui Franco Massolino, dell’azienda Massolino a Serralunga. “Bruno Giacosa è stato uno dei primi a dimostrare agli amanti del vino di tutto il mondo l’incredibile potenziale dei nostri vigneti”, afferma Massolino.

“Era un vero ‘piemontese, con un carattere riservato e talvolta poteva sembrare, in apparenza, un pò irascibile”, afferma Aldo Vacca, amministratore delegato di Produttori del Barbaresco. “Ma era senza dubbio il più esperto conoscitore dei grandi vigneti delle Langhe, e ancora indietro negli anni ’60, Giacosa ha saputo fare alcuni dei capolavori indiscussi del mondo del vino italiano “.

Sebbene Giacosa fosse ben noto per la sua personalità un pò burbera, ho avuto la fortuna di vedere un altro lato di lui, prima e dopo il suo ictus del 2006. Un uomo di poche parole, quando era rilassato nella sua cantina mentre assaggiava, scherzava spesso con sua figlia Bruna, e il suo viso si illuminava di un sorriso disarmante ogni volta che parlava dei suoi vigneti preferiti, Asili e Falletto.

© Paolo Tenti | Bruno Giacosa

Ed è così che ricorderò Bruno Giacosa.

Italian wine reviews (tasted through June 2017)

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Barolo 2012: Balanced, Approachable and Enjoyable

Having recently returned from Barolo where I blind-tasted over 300 of the just released 2012s, it’s time to weigh in on the vintage, which will be hitting the US market over the next few months. Even though 2012 isn’t a great vintage, a number of producers produced very good, balanced Barolos. Most don’t have age-worthy structures, offering instead early appeal, but the best will offer fine drinking over the next decade or longer.

Castello di Barolo
© Paolo Tenti | Castello di Barolo

Due to the erratic growing season, the 2012 Barolos don’t have the full-bodied structures of recent vintages. However, generally speaking they do boast succulent fruit, refined tannins, fresh acidity and balance. They also demonstrate a welcome return to more restrained alcohol levels: 14 and 14.5% compared to the hefty 15% avb commonly found on 2011 Barolo labels (and to a lesser extent the 2009s). While they are already accessible, top 2012 Barolos should age well to the ten-year mark or a little longer.

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Verduno: The village all Barolo fans should be checking out

If you’re into Italian wine, chances are you’ve already discovered Barolo, Italy’s most celebrated red wine along with its neighbor Barbaresco and its Tuscan rival, Brunello.

But there’s one little-known Barolo village that all lovers of Italian wine should keep an eye out for: Verduno.

Fabio Alessandria

Made entirely with native grape Nebbiolo, Barolo can be made in eleven separate villages. The wine’s namesake township of Barolo, as well as Castiglione Falletto and Serralunga are entirely located in the denomination’s boundaries, while Monforte d’Alba and La Morra both have substantial vineyard holdings in the growing area. The villages of Novello, Verduno, Grinzane Cavour, Roddi, Diano d’Aba and Cherasco have varying amounts of acreage in the growing zone, but of these six minor villages, Verduno is the rising star.

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Italy’s Most Collectible Wines

Thanks to a string of outstanding vintages over the last two decades, Italy’s most celebrated wine regions are on a roll.

Even though years like 1964, 1971 and 1978 are legendary in Piedmont, and 1955, 1970 and 1975 evoke similar feelings in Tuscany, stellar vintages used to be few and far between. But toward the late 1990s, things began to change. Better vineyard management — better clones, lower yields and gentler/fewer chemical treatments — coupled with drier, warmer growing seasons throughout the peninsula have regularly produced wines that can age gracefully for decades.

Producers point out that until the mid-1990s, they used to have two, occasionally three, outstanding vintages every decade. The other years were mediocre, if not downright dismal. Now, it’s the opposite. Each of the last few decades have boasted seven or eight very good to outstanding vintages.

Here’s a summary of Italy’s most collectible wines, and some of the greatest vintages of the past two decades.

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