Barolo 2016: A Modern Day Classic

Living just an hour drive from Piedmont, I spend a lot of time in the region, and travel there for days at a time at least nine or ten times a year. In the fall of 2019, I spent several days in Barolo dedicated to informally previewing a number of the already bottled 2016s that will be released later this year.

© Paolo Tenti | Maria Teresa Mascarello with Kerin O’Keefe in 2019

To say I was extremely impressed by the quality of the wines would be an understatement: these are some of the most magnificent young Barolos I’ve ever tried. But I was expecting nothing short of greatness based on the fantastic Barbaresco 2016s I reviewed earlier in 2019. Although it isn’t always the case that vintages will have the same results in Barolo and Barbaresco (as 2014 demonstrated), 2016 presented near perfect conditions for Nebbiolo in both denominations. It’s hands-down the greatest vintage I’ve ever tried so far in Barbaresco as my scores reflect: Out of 138 wines reviewed, I gave 99 of them 90 points and above, 38 of which received 95 points and higher:

Kerin O’Keefe Barbaresco 2016 reviews.

A classic, Old School vintage, 2016 had a cool, wet spring that delayed the vegetative cycle but thanks to the development stage the plants had already achieved, vines were spared damage by fungal diseases. The delay in the growing cycle continued throughout the summer as did cooler temperatures. 2016 had ample water reserves and no extreme heat spikes, a rarity in the area which has definitely been feeling the effects of climate change over the last two decades with overall hotter, drier summers that can negatively impact sensitive Nebbiolo. The summer extended well into September and Nebbiolo enjoyed ideal conditions that month and the first half of October that led to healthy grapes.

2016 was one of the longest and latest harvests in recent years.

© Kerin O’Keefe | Marta Rinaldi in 2019

“We started harvesting Nebbiolo on October 13,” Marta Rinaldi told me during my visit. Bottled at the end of August, by late September her Barolos were already showing beautifully. “2016 was a year for Nebbiolo,” confirmed Maria Teresa Mascarello, whose ‘16 is drop-dead gorgeous. “2016 is a happy combination of 2006 and 2008: it boasts the structure of ‘06 and the elegance of ‘08,” stated Enzo Brezza, whose perfumed 2016s are radiant, with captivating tension.

© Kerin O’Keefe | Enzo Brezza in 2019

The luminous 2016 Barolos are fresh, fragrant and loaded with finesse. They feature bright red berry fruit beautifully balanced by vibrant acidity and refined tannins. While site expression is often muffled in hot vintages, the different expressions of the various townships and vineyard areas come singing through on the 2016s.

The best 2016s are already dazzling, with remarkable depth and energy. They’ll be ready at the 10-15 year mark but they also possess incredibly age-worthy structures as well.

Stay tuned for my formal reviews based on blind tastings later this year. For the current vintage on the market check out my Barolo 2015 vintage report and my 308 reviews.

 

 

Barolo 2016: un moderno Classico

Vivendo a solo un’ora di auto dal Piemonte, passo molto tempo nella regione e viaggio lì per giorni alla volta almeno nove o dieci volte l’anno. Nell’autunno del 2019, ho trascorso diversi giorni a Barolo dedicandomi all’anteprima informale di alcuni dei 2016 già imbottigliati che verranno rilasciati nel 2020.

© Paolo Tenti | Maria Teresa Mascarello with Kerin O’Keefe in 2019

Dire che sono rimasta estremamente colpita dalla qualità dei vini sarebbe un eufemismo: questi sono alcuni dei migliori Barolo giovani che io abbia mai provato. Ma mi aspettavo un’annata a dir poco eccezionale sulla base dei fantastici Barbaresco 2016 che ho recensito all’inizio del 2019. Anche se non sempre le annate hanno gli stessi risultati in Barolo e Barbaresco (come dimostrato dal 2014), il 2016 si è presentato in pressoché perfette condizioni per il Nebbiolo in entrambe le denominazioni. È senza dubbio la più grande annata che abbia mai provato finora a Barbaresco, come riflesso nei miei punteggi: su 138 vini recensiti, ho assegnato 99 di questi 90 punti e oltre, 38 dei quali hanno ricevuto 95 punti e più:

Recensioni di Kerin O’Keefe dei Barbaresco 2016.

Un’annata classica – “Vecchia Scuola” – il 2016 ha avuto una primavera fresca ed umida che ha ritardato il ciclo vegetativo ma grazie allo stadio di sviluppo che le piante avevano già raggiunto, alle viti sono stati risparmiati danni da malattie fungine. Il ritardo nel ciclo di crescita è continuato per tutta l’estate così come le temperature più fredde. Il 2016 ha avuto ampie riserve idriche e nessun picco di calore estremo, una rarità nell’area che ha sicuramente risentito degli effetti dei cambiamenti climatici negli ultimi due decenni con estati complessivamente più calde e asciutte che possono avere un impatto negativo sul Nebbiolo, vitigno particolarmente sensibile. L’estate si è prolungata fino a settembre e il Nebbiolo ha goduto delle condizioni ideali quel mese e la prima metà di ottobre che hanno portato a uve sane.

Il 2016 è stato uno dei raccolti più lunghi e più ritardati nei tempi recenti.

© Kerin O’Keefe | Marta Rinaldi nel 2019

“Abbiamo iniziato a raccogliere il Nebbiolo il 13 ottobre”, mi ha detto Marta Rinaldi durante la mia visita. Imbottigliati alla fine di agosto, a fine settembre i suoi Barolo stavano già mostrandosi meravigliosamente. “Il 2016 è stato un anno per il Nebbiolo”, ha confermato Maria Teresa Mascarello, il cui ’16 è magnifico. “Il 2016 è un felice connubio tra il 2006 e il 2008: vanta la struttura del ’06 e l’eleganza del ’08”, ha affermato Enzo Brezza, i cui profumati 2016 sono radiosi, con una tensione accattivante.

© Kerin O’Keefe | Enzo Brezza nel 2019

Molti tra i Barolo 2016 che ho assaggiato sono luminosi, freschi, fragranti e carichi di finezza. Sono caratterizzati da sentori di frutti a bacca rossa magnificamente bilanciati da acidità vibrante e tannini raffinati. Mentre l’espressione del terroir del sito è spesso ovattata nelle annate calde, le diverse espressioni dei vari comuni e vigne vengono raccontate in modo splendido nei Barolo 2016.

I migliori 2016 sono già piacevolissimi ora, con notevole profondità ed energia. Saranno pronti tra 10-15 anni, ma possiedono anche strutture che li renderanno molto longevi.

Le mie recensioni formali basate su degustazioni alla cieca usciranno nella prima parte dell’anno.  Per l’annata corrente ancora sul mercato qui trovate il mio Barolo 2015 vintage report e le mie 308 recensioni.

 

 

Addio Giuseppe Rinaldi (in italiano)

Giuseppe “Beppe” Rinaldi, uno dei produttori più rispettati delle Langhe, è scomparso domenica 2 settembre all’età di 70 anni. E Barolo non sarà più la stessa senza di lui.

© Paolo Tenti | Giuseppe Rinaldi in 2013

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre (qui trovate le mie recensioni dei suoi Barolo 2009-2013).

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre.

Beppe rimaneva l’unico superstite del trio del Barolo soprannominati gli ultimo Mohicani. Il gruppo, che comprendeva i compianti Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, era un fedele difensore dei Baroli classici di territorio. Si unirono quando la “guerra del Barolo” imperversava tra i tradizionalisti e i cosiddetti modernisti: questi ultimi usavano i fermentatori rotanti e invecchiavano i vini in barriques nuove, mentre i tradizionalisti prediligevano lunghe macerazioni post-fermentative e l’affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia.

Beppe, Bartolo e Teobaldo alla fine hanno vinto quella guerra: in questi giorni la maggior parte dei produttori si è allontanata dalle pratiche aggressive di vinificazione e ha adottato tecniche di cantina meno invasive che esaltano le caratteristiche floreali, di piccoli frutti rossi e balsamiche del Nebbiolo. Ma Beppe passò alla successiva battaglia, quella di difendere i luoghi vitali del Barolo. Lui, insieme a Maria Teresa Mascarello ed Enzo Brezza, ha coraggiosamente sfidato l’establishment per difendere i vigneti storici del Barolo, in particolare il vigneto Cannubi. Come mi ha detto nel 2013, durante un’intervista per il mio libro su Barolo e Barbaresco: “Oggi i produttori di Barolo hanno piantato vigneti in aree in cui i nostri nonni non avrebbero mai immaginato di piantare il Nebbiolo.”

Con il medesimo nome di suo nonno paterno Giuseppe, che fondò l’azienda nel 1890, Beppe, dopo gli studi da veterinario, imparò l’arte della vinificazione e della viticoltura dal padre Battista, che si diplomò con lode alla Scuola Enologica di Alba. Nella loro villa alla periferia di Barolo, in cantine cavernose dominate da botti di rovere di Slavonia, troverai tutte le passioni di Beppe: una sedia primitiva fatta di barrique usate, con un cartello scritto a mano: “Il miglior uso della Barrique “, e in un’altra area a latere delle cantine di vinificazione e invecchiamento, due interi locali pieni di vecchie Lambretta in vari stadi di restauro e casse piene di pezzi.

Ma più di tutto la passione di Beppe consisteva nel fare in modo che i suoi vini esprimessero al meglio i rispettivi vigneti e le caratteristiche proprie di ciascuna vendemmia. A tal fine ha evitato le tecnologie di cantina più moderne, compresi i lieviti selezionati. “Non ho bisogno di lieviti selezionati. Prima che i lieviti selezionati fossero inventati, il vino fermentava spontaneamente. Ho semplicemente lasciato che la natura facesse il suo corso”, mi ha detto nel 2008. Non ha mai usato prodotti chimici nei suoi vigneti, che sono tra i siti più ambiti della denominazione: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera e Le Coste.

Ma al di sopra e al di là del suo terroso e sentimentale Barolo, Beppe aveva un carisma che poteva muovere gli eserciti, e ha marciato al ritmo di un diverso tamburino in tutti i sensi. In diverse occasioni, venivo a casa sua e, camminando attraverso l’elegante salotto, trovavo una delle sue motociclette parcheggiate di fronte agli eleganti divani, perché, come disse una volta a sua moglie Annalisa, “Stava piovendo ieri sera”.

Beppe era una di quelle rare anime che dicevano quello che pensava e combatteva duramente per ciò in cui credeva e non gli interessava di ottenere l’approvazione delle sue idee. E quando l’hai incontrato, anche se inizialmente non eri d’accordo con lui, poi non hai mai guardato il Barolo nella stessa luce di prima.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Per fortuna le sue figlie, Marta, laureata in enologia all’Università di Torino e Carlotta, laureata in agronomia, hanno lavorato per anni con il padre. Il futuro dell’azienda è in ottime mani.

Ho scoperto per la prima volta che Beppe era malato ai primi di giugno e, mentre ero in Piemonte lo scorso fine settimana, avevo sentito che purtroppo le cose non stavano andando troppo bene. Sabato abbiamo condiviso una bottiglia di Barolo Brunate – Le Coste 2009 con amici e, anche in questa difficile annata, Beppe ha tirato fuori un capolavoro.

Addio Beppe, ci mancherai.

 

Addio Giuseppe Rinaldi

One of Barolo’s most outspoken and respected producers, Giuseppe “Beppe” Rinaldi passed away on Sunday, September 2nd, at the age of 70. And Barolo will never be the same.

A passionate defender of traditionally crafted Barolo, Beppe, nicknamed ‘Citrico’ for his scathing, acidic frankness and sense of humor, made soulful, fragrant Barolos boasting floral, earthy, red berry and mineral sensations that only Nebbiolo planted in the best sites and not forced in the cellar can produce (here you find my reviews of his Barolos 2009-2013) .

© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas
© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas

Beppe was the lone survivor of the Barolo threesome nicknamed the Last of the Mohicans. The group, which included the late Bartolo Mascarello and Teobaldo Cappellano, were stalwart defenders of terroir-driven, classic Barolos that united back when the Barolo Wars raged between the Traditionalists and the so-called Modernists: the latter used rotary fermenters and aged the wines in all new barriques, while the Traditionalists favored long, post-fermentation macerations and aging in large Slavonian oak.

Beppe, Bartolo and Teobaldo eventually won that war: these days most producers have stepped away from aggressive winemaking practices and have adopted less intrusive cellar techniques that exalt Nebbiolo’s floral, red berry and balsamic characteristics. But Beppe found himself moving on to the next battle, that of defending Barolo’s hallowed vineyard sites. He, along with Maria Teresa Mascarello and Enzo Brezza, bravely took on the establishment to defend Barolo’s historic vineyards, namely the much-contested Cannubi vineyard. As he told me in 2013, during an interview for my Barolo and Barbaresco book, “Today, Barolo makers have planted vineyards in areas our grandfathers would never have imagined planting Nebbiolo.”

Named after his grandfather Giuseppe, who founded the firm in 1890, Beppe, a trained veterinarian learned the art of winemaking from his father Battista, who graduated with honors from Alba’s Enological School. In their country villa on the outskirts of Barolo, in cramped, cavernous cellars dominated by Slavonian oak casks, you’ll find all of Beppe’s passions: a primitive chair made of a used barrique, with a hand written sign: “The Best Use of Barrique”, and in another area removed from the vinification and aging cellars, two entire rooms filled with old Lambretta scooters in various stages of restoration and crates full of parts.

Above all, Beppe was committed to turning out Nebbiolos that best expressed their vineyard sites and the vintage. To this end he shunned most modern cellar technologies, including selected yeasts. “I don’t need selected yeasts. Before selected yeasts were invented, wine fermented spontaneously. I simply let nature take its course,” he told me in 2008. He also never used any chemicals in his vineyards, which are among the most coveted sites in the denomination: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera and Le Coste.

But above and beyond his earthy, soulful Barolos, Beppe had a charisma that could move armies, and he marched to the beat of a different drummer in every sense. On several occasions, I would come to his house, and walking through the elegant living room, find one of his motorcycles parked in front of the elegant settees, because, as he told his wife Annalisa , “It was raining last night”.

Beppe was one of those rare souls that said what he thought and fought hard for what he believed in and didn’t give a damn if you agreed or not. And when you met him, you never looked at Barolo in the same light.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Thankfully, his daughters, Marta, who graduated from the University of Turin in enology and Carlotta, who graduated from the same university in agronomy, have been working alongside their father for years.

I first found out that Beppe was ill back in early June, and while in Piedmont this past weekend, heard things weren’t looking too well. On Saturday we shared a bottle of Rinaldi’s 2009 Brunate – Le Coste with friends, and even in this difficult vintage for Barolo, Beppe pulled off what the Italians call ‘un capolavoro’.

Addio Beppe.