Col Fondo: il nebuloso caso del vino torbido

Se sei un appassionato del Prosecco Col Fondo, il tradizionale Prosecco che subisce una seconda fermentazione in bottiglia ma invece di essere sboccato viene imbottigliato sui suoi lieviti, rimarrai deluso nel sentire che il termine è sull’orlo dell’estinzione, almeno nella denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore. Il nuovo nome ufficiale e assolutamente non entusiasmante è Sui Lieviti. Inoltre lo stile Frizzante è a rischio a causa di altre modifiche al codice di produzione che favoriscono lo stile Spumante più esuberante in termini di bollicine.

© Paolo Tenti | Glera grape

Quindi, come si è arrivati a mettere da parte un nome storico locale per un particolare stile di vino, usato nella zona da generazioni?

È iniziato tutto con un marchio registrato, ma la situazione è stata esasperata da una combinazione di errata comunicazione diffusa ed una cronica mancanza di collaborazione e cooperazione tra i produttori di vino locali. Forse l’aspetto più scioccante di tutti è che non solo questo triste stato di cose è in atto da diversi anni, ma quasi nessuno lo sa. Anche la maggior parte dei produttori locali sono confusi sul problema. Secondo me, dopo aver intervistato produttori e rappresentanti del Consorzio, si tratta di un malinteso che potrebbe essere risolto nel migliore interesse sia degli amanti del vino che dei viticoltori, ma solo se i produttori si unissero e collaborassero.

Come grande fan di questa categoria, vorrei vedere il nome Col Fondo risorgere.

Col Fondo scompare dall’etichetta del produttore di punta

Ho portato alla conoscenza della situazione tramite Twitter alla fine di settembre quando sono tornata dal mio viaggio a Conegliano e Valdobbiadene ed ho scoperto di prima mano che i produttori non stavano più usando il termine Col Fondo sulle loro etichette, incluso il produttore di culto Ca’dei Zago. Fondata nel 1924 e gestita oggi dall’enologo e agronomo Christian Zago e dalla sorella enologa Marika, l’azienda produce vini fantastici. Il loro Col Fondo vivace, secco e guidato dai minerali – realizzato con vecchie viti e coltivato secondo metodi biodinamici senza l’uso di sostanze chimiche – è uno dei migliori in circolazione. Ho notato durante le mie degustazioni di Prosecco e Prosecco Superiore all’inizio di settembre nel mio ufficio, e ancora durante la mia visita, che il termine Col Fondo non appare più sulle etichette di Ca’ dei Zago. Quando ho chiesto perchè, Christian ha affermato: “Il termine è registrato da due cantine, Drusian e Val d’Oca. Nessuno può più usarlo oltre a loro ”. Ero sbalordita. Questa è una categoria che ho ampiamente trattato e che ha radici storiche nella zona.

© Kerin O?Keefe | Christian Zago in his cellar

Come viene registrato un termine locale che descrive collettivamente uno stile di vino tradizionale?

Quando ho insistito per ottenere ulteriori informazioni, Christian mi ha detto di essere stato informato della situazione nel 2016, quando ha deciso di passare dalla chiusura con tappo a corona al sughero, il che gli avrebbe permesso di etichettare il suo vino come Valdobbiadene DOCG anziché semplicemente Prosecco DOC. Quando ha inviato l’etichetta rivista dell’azienda all’agenzia di controllo del Consorzio, “ci è stato consigliato di non utilizzare il termine Col Fondo sull’etichetta perché due cantine possedevano il marchio. La stessa agenzia ci ha informato che il termine corretto per questo stile è Frizzante a rifermentazione in bottiglia ”, afferma Christian. Aggiunge che a partire dall’annata 2017, hanno abbandonato del tutto il nome Col Fondo “perché sembra una battaglia persa. Ma nel frattempo, altri produttori usano ancora il termine, eppure i proprietari dei marchi sembrano non aver preso provvedimenti. Quindi la situazione non è chiara. “

La risposta del consorzio

Il giorno dopo la mia visita a Ca’ dei Zago, ho incontrato i rappresentanti del Consorzio che hanno confermato che il marchio era di proprietà delle due cantine. E mentre non sembravano sorpresi quando ho detto che a Ca’ dei Zago era stato consigliato di eliminare il termine dalle sue etichette, sembravano perplessi per la mia insistenza nel chiarire la questione del Col Fondo. Certo, il volume di questo stile è minuscolo rispetto ai vini più convenzionali (c’erano 182.000 bottiglie di ‘Frizzante rifermantato in bottiglia’ prodotte nel 2018, pari allo 0,2% della produzione) ma quella che è l’ormai ex categoria Col Fondo ha attirato molta attenzione negli ultimi anni. Il meglio di questa categoria mostra energia e precisione, nonché espressioni vere di terroir. Il presidente del Consorzio, Innocente Nardi, nelle e-mail di follow-up, ha sottolineato che il nuovo nome ufficiale per questo stile di vino per il Consorzio e secondo le norme dell’UE, è Sui Lieviti. Durante il mio primo incontro con i rappresentanti del Consorzio ho chiesto come il Col Fondo – uno stile di vino e un nome che è stato usato almeno dall’inizio del secolo scorso secondo i produttori – potesse essere registrato ma non ho mai ricevuto una risposta adeguata e onestamente non me l’aspettavo. Semplicemente non sarebbe MAI dovuto accadere.

Durante la mia recente visita nell’area, sono andata anche nella dinamica azienda BiancaVigna, fondata nel 2004, per assaggiare le loro vivaci selezioni Rive e hanno aperto le loro bottiglie Sui Lieviti. Quando ho chiesto perché non usassero il nome Col Fondo, Elena Moschetta, proprietaria dell’azienda insieme al fratello enologo Enrico, mi ha detto: “È ormai risaputo che il termine è stato registrato. Quindi, piuttosto che andare incontro alle spese di creare un’etichetta e sentirci dire che è in conflitto con un marchio o di ricevere una lettera da un avvocato, siamo andati invece sulla dizione Sui Lieviti. Spero che la situazione possa in qualche modo essere risolta dato che la produzione di Col Fondo stava diventando sempre più popolarie e perché Col Fondo è sempre stato il nome tradizionale”. In effetti l’azienda ha iniziato a realizzare questo stile a partire dal 2016 a seguito di una forte domanda di vini Col Fondo.

© Kerin O?Keefe | Enrico and Elena Moschetta, owners of BiancaVigna

Il marchio

Un rapido sguardo al sito web di Drusian ha rivelato che l’azienda produce un Prosecco chiamato Colfondo, scritto con una sola parola. Francesco Drusian e Val d’Oca hanno entrambi registrato Colfondo nel 2002 a pochi giorni l’uno dall’altro ed entrambi sono diventati titolari del marchio. Nelle domande di follow-up, il Consorzio ha rivelato di aver tentato di acquisire il marchio nel 2013 ma non è riuscito a raggiungere un accordo con le due cantine. Quando chiesi se il Consorzio potesse registrare il marchio Col Fondo, due parole, la risposta fu no, era troppo simile alla versione già con marchio.

Il Consorzio ha inoltre precisato che il termine Col Fondo “è sempre stato usato nella lingua parlata, qui nell’area di produzione, ma non è mai stato incluso nei documenti ufficiali e nelle linee guida procedurali della denominazione”. In un’altra e-mail, il presidente del consorzio, Innocente Nardi, ha precisato che “potrebbe essere usato il termine Col fondo, scritto con due parole distinte (nota dell’autore: il carattere in grassetto è mio) perché non è registrato, ma evoca il marchio Colfondo”.

WOW. Perché i produttori non lo sanno? In effetti diversi produttori con cui ho parlato non sapevano che il marchio era in realtà per Colfondo e non per Col Fondo, ma qui stiamo spaccando il capello in quattro. Il risultato finale è che diversi produttori che per anni hanno scritto Col Fondo sulle loro etichette si sono fermati mentre quelli che stavano iniziando con lo stile hanno rinunciato del tutto al termine. Altri produttori mi hanno detto che anche avere una parola uguale al marchio potrebbe causare problemi legali ed evitare problemi, anche loro stanno evitando qualsiasi forma del termine.

Col Fondo: la realtà

Sebbene il Consorzio sottolinei che il termine Col Fondo era usato nella lingua parlata, i produttori che producevano questo stile sia nel Prosecco Superiore DOCG (Conegliano Valdobbiadene e Asolo) che nel Prosecco DOC hanno usato il termine sulle loro etichette per anni. E poiché questo è il nome storico di quella che è la versione originale del Prosecco – l’unico stile prima dell’avvento delle vasche d’acciaio che hanno introdotto il metodo Charmat – si tratta di una sfida alla logica che questo termine possa essere considerato un marchio, una o due parole. Sarebbe simile alla registrazione del termine metodoclassico per esempio, assurdo!

Ancora peggio è il fatto che molti produttori chiaramente non capiscono la situazione e che non si sono uniti per dimostrare l’uso storico della parola localmente per cercare di rovesciare la registrazione del marchio.

Ma per mettere in prospettiva, la maggior parte dei produttori di Col Fondo sono piccole aziende a conduzione familiare in cui fondamentalmente una persona segue i vigneti e la vinificazione ed un altro membro della famiglia segue il lato commerciale / amministrativo dell’attività. Non hanno il tempo di raccogliere anni di documentazione e la maggior parte preferisce investire il loro tempo e denaro nei vigneti e nelle cantine anziché incontrarsi con avvocati e pagare spese legali. Ma la palla è stata lanciata di sicuro, ed ha avuto un impatto innegabile su questa denominazione, perché Col Fondo come termine sta scomparendo.

A mio avviso, i produttori possono e dovrebbero combattere questo: il Col Fondo è stato utilizzato nella zona per generazioni e descrive il Prosecco originale con sedimenti grazie ai lieviti che cadono sul fondo della bottiglia. E poiché questa versione secca e terrosa genera un’espressione più autentica del nettare locale rispetto a molti altri Prosecchi, ha attirato un numero di appassionati amanti del vino che hanno continuato a scoprire anche altri vini della denominazione.

Parte del motivo per cui i produttori stanno abbandonando il nome è generato dalle leggende urbane – o in questo caso, dalle leggende rurali – che ho sentito nelle ultime settimane …

Legende rurali: le lettere

Diversi produttori mi hanno detto di aver ricevuto lettere che li avvertivano di non usare il termine Col Fondo dai titolari dei marchi. Quando ho premuto per vedere le lettere, questo divenne presto, “OK, in realtà non abbiamo ricevuto una lettera, ma conosciamo un certo numero di produttori che le hanno ricevute.” Pressati per ulteriori dettagli, nessuno poteva o voleva nominare una singola azienda vinicola che riceveva una lettera dai titolari dei marchi.

Ho contattato l’azienda Drusian, di proprietà di Francesco Drusian, uno dei due detentori del marchio. La sua responsabile delle pubbliche relazioni e comunicazione, Maria Vidalli, a suo nome, ha offerto alcune preziose informazioni. Dopo aver confermato con Francesco, ha detto che dal 2002 la cantina aveva scritto solo lettere a due cantine, entrambe che avevano usato il termine colfondo – scritto con una parola – sulle loro etichette, e stavano per spedire una terza lettera per lo stesso motivo. Secondo Maria, “Drusian non ha mai inviato lettere ai produttori che stanno usando il termine Col Fondo scritto con due parole. Non avremmo potuto comunque, questo è il termine che è stato usato per anni nella zona”.

Ha anche fatto luce sul tentativo di accordo con il Consorzio.

“Francesco afferma che dopo anni di trattative, nel 2017, ha accettato di cedere il marchio colfondo gratuitamente al Consorzio a una condizione: che il Col Fondo avrebbe ottenuto lo status di DOCG, sia per il Frizzante che per lo Spumante. La richiesta è stata respinta.”

Due anni dopo, i nuovi codici di produzione prevedono che a partire dal 2020, Sui Lieviti potrà essere etichettato come Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Spumante Sui Lieviti.

Frizzante o Spumante: a chi importa? I produttori. E gli amanti di questo stile

Il vino precedentemente noto come Col Fondo, poi come Rifermentato in bottiglia e ora ufficialmente chiamato Sui Lieviti, è sempre stato classificato come Frizzante, e come tale ha dovuto aveere un massimo di 2,5 bar di pressione, mentre lo Spumante supera i 3 bar. Ma a partire dal 2020, il nome ufficiale di quello che è lo stile originale del Prosecco sarà Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Spumante Sui Lieviti. Ciò significa tuttavia che la pressione dovrà essere di 3 bar o superiore.

Alcuni produttori sono felici, altri non così tanto.

“È estremamente difficile controllare la pressione in un vino fermentato in bottiglia sui suoi lieviti, e mantenere il vino a 2,5 bar di pressione è uno stress continuo. Sicuramente le generazioni precedenti di viticoltori che hanno creato questo stile non stavano monitorando la pressione così da vicino, ma oggi se realizzi un Frizzante con 2,6 bar anziché 2,5, puoi ottenere una grossa multa”, spiega Elena Moschetta di BiancaVigna. Aggiunge che oltre allo stress ridotto nel mantenere la pressione sotto controllo, “a partire dal 2020, possiamo finalmente etichettare il vino con questo stile come Conegiano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG”.

Christian a Ca’ dei Zago è meno entusiasta. “Con il codice di produzione modificato, puoi ancora fare” frizzante rifermentato in bottiglia “a 2,5 bar di pressione. Ma le modifiche ora ti permettono di fare uno “sui lieviti” spumante a 3 e oltre. Ma secondo me ciò distorcerebbe le origini storiche di questo vino, quindi continueremo a produrre il Frizzante rifermentato in bottiglia ”.

© Paolo Tenti | Glera vineyards in Valdobbiadene

Alla fine…

Come tutte le grandi aree vinicole, nel caso del Col Fondo, la migliore garanzia sarà il produttore dietro lo stile, non il nuovo nome o la versione rinnovata di una delle bollicine più storiche e affascinanti d’Italia.

Col Fondo: The Murky Case of the Cloudy Wine

If you’re a fan of Prosecco Col Fondo – the traditional Prosecco that undergoes secondary fermentation in the bottle but instead of being disgorged is bottled on its lees – you’ll be disappointed to hear that the term is looming on the verge of extinction, at least in the Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore denomination. The new, official and totally uninspiring name is the tongue-tripping Sui Lieviti. And the lightly sparkling frizzante style itself is at risk thanks to other changes in the production code that favor the more exuberant spumante style.

© Paolo Tenti | Glera grape

So how did a historic, local name for a particular wine style, used in the area for generations, become prohibited?

It started with a registered trade-mark, but the situation has been exasperated by a combination of wide-spread miscommunication and a chronic lack of collaboration and cooperation among local wine producers. Perhaps the most shocking aspect of all is that not only has this sad state of affairs been going on for several years, but also almost no one knows about it. Even most local producers are confused over the issue. In my opinion, after interviewing producers and Consorzio representatives, it’s a misunderstanding that could be resolved in the best interests of both wine lovers and winemakers, but if only producers unite and work with each other.

As a huge fan of this category, I for one would like to see the Col Fondo name remain.

Col Fondo disappears from flagship producer’s label

I broke the story on Twitter in late September when I got back from my trip to Conegliano and Valdobbiadene and found-out first-hand that producers were no longer using Col Fondo on their labels, including boutique producer Ca’ dei Zago. Founded in 1924 and run today by enologist and agronomist Christian Zago and his enologist sister Marika, the firm produces fantastic wines. Their racy, bone-dry, mineral-driven Col Fondo – made with old vines and farmed according to biodynamic methods without the use of any harsh chemicals – is one of the best out there. I noticed during my Prosecco and Prosecco Superiore tastings earlier in September in my office, and again during my visit, that the term Col Fondo no longer appears on Ca’ dei Zago’s labels. When I asked why, Christian stated, “The term is trade-marked by two wineries, Drusian and Val d’Oca. No one can use it anymore besides them”. I was stunned. This is a category I’ve covered extensively, and one that has historic roots in the area.

© Kerin O?Keefe | Christian Zago in his cellar

How does a local term that collectively describes a traditional wine style get trademarked?

When I pressed for more information, Christian told me he was informed of the situation in 2016, when he decided to switch from a crown cap closure to cork, which would allow him to label his wine as Valdobbiadene DOCG as opposed to simply Prosecco DOC. When he sent in the firm’s revised label to the Consorzio’s control agency, “we were advised against using the term Col Fondo on the label because two wineries owned the trademark. The same agency informed us that the correct term for this style is Frizzante a rifermentazione in bottiglia,” says Christian. He adds that starting with the 2017 vintage, they abandoned the name Col Fondo altogether “because it seems like a losing battle. But in the meantime, other producers still use the term, and yet the trademark owners appear to not have taken action. So the situation is really unclear.”

The Consorzio’s Response

The day after my visit to Ca’ dei Zago, I met with Consorzio representatives who confirmed the trademark was owned by the two wineries. And while they didn’t seem surprised when I mentioned that Ca’ dei Zago was advised to drop the term from its labels, they seemed perplexed at my insistence on clarifying the Col Fondo issue. Granted, the volume of this style is tiny when compared to the more conventional wines (there were 182,000 bottles of ‘Frizzante rifermantato in bottiglia’ made in 2018, accounting for 0.2% of production) but what is the now ex-Col Fondo category has attracted a lot of attention in the last several years. The best of this category show focus, energy, and precision as well as true expressions of terroir. The President of the Consorzio, Innocente Nardi, in follow-up emails, stressed that the new official name for this style of wine for the Consorzio and according to the EU rules, is Sui Lieviti. I asked during my initial meeting with the Consorzio reps how Col Fondo – a wine style and a name that has been used at least since the beginning of the last century according to producers, could be trademarked but I never received an adequate answer and honestly I didn’t expect one. It simply should NEVER have happened.

During my recent visit to the area, I also went to the dynamic firm BiancaVigna, founded in 2004, to taste their vibrant Rive selections, and they opened their own Sui Lieviti bottlings. When I inquired why they didn’t use the name Col Fondo, Elena Moschetta, who owns the winery together with her enologist brother Enrico, told me, “It’s now common knowledge that the term has been trademarked. So rather than going to all the expense of creating a label and being told it conflicts with a trademark, or receiving a letter from a lawyer, we went with Sui Lieviti instead.” She added that she hoped the situation could somehow be resolved as Col Fondo bottlings were becoming more popular, and because Col Fondo has always been the traditional name. In fact the firm began making this style starting in 2016 resulting from a strong demand for Col Fondo wines.

© Kerin O?Keefe | Enrico and Elena Moschetta, owners of BiancaVigna

The Trademark

A quick look at Drusian’s website revealed that the firm makes a Prosecco called Colfondo, written with one word. Francesco Drusian and Val d’Oca both registered Colfondo in 2002 within just days of each other, and both became the trademark holders. In follow-up questions, the Consorzio revealed that it had tried to acquire the trademark in 2013 but couldn’t reach an agreement with the two wineries. When I asked if the Consorzio could trademark Col Fondo, two words, the reply was no, it was too similar to the already-trademarked version.

The Consorzio also specified that the term Col Fondo “has always been used in spoken language, here in the production area, but it has never been included in the official documents and procedural guidelines of the appellation.” In another email, the President of the Consorzio, Innocente Nardi, specified “the term Col fondo, written with two distinct words could be used (author note: bold font is mine) because it’s not registered, but it evokes the Colfondo trademark.”

Whoa. Why don’t producers know this? In fact several producers I talked with didn’t know that the trademark was actually for Colfondo and not Col Fondo, but we’re splitting hairs here. The final result is that several producers who for years wrote Col Fondo on their labels have now stopped while those just investing in the style are forgoing the term altogether. Other producers told me that even having one word the same as the trademark could cause legal issues and to avoid problems, they too are avoiding any form of the term.

Col Fondo: the reality

Although the Consorzio stresses that the term Col Fondo was used in spoken language, producers making this style in both Prosecco Superiore DOCGs (Conegliano Valdobbiadene and Asolo) and in Prosecco DOC have also used the term on their labels for years. And since this is the historic name for what is the original rendition of Prosecco – the only style before the advent of the steel tanks that introduced the Charmat method – it still defies logic that this could be trademarked, one word or two. It’s akin to registering the term metodoclassico for example.

Even worse is the fact that many producers clearly don’t understand the situation, and that they haven’t banded together to demonstrate the historical use of the word locally to try to overturn the trademark.

But to put it into perspective, most Col Fondo producers are small, family-run firms where basically one person follows the vineyards and the winemaking and another family member follows the commercial/administrative side of the activity. They don’t have time to gather up years of documentation and most would rather invest their time and money in the vineyards and in the cellars as opposed to meetings with lawyers and paying legal fees. But the ball was dropped for sure, and it has had an undeniable impact on this denomination, because Col Fondo as a term is disappearing.

In my opinion, producers can and should fight this: Col Fondo has been used for in the area for generations and describes the original Prosecco with sediment thanks to the yeasts that fall to the bottom of the bottle. And since this dry, earthy version generates a more authentic expression of the local nectar when compared to many other Proseccos, it has attracted a number of discerning wine lovers who have gone on to discover other wines from the denomination.

Part of the reason producers are abandoning the moniker generates from urban – or in this case, rural legends – that I’ve been hearing the last few weeks….

Rural Legend: The Letters

Several producers told me they received letters warning them not to use the term Col Fondo from the Trademark holders. When pressed, this soon became, “OK, we didn’t actually receive a letter, but we know a number of producers who did.” When pressed for even more details, no one could or would name a single winery that received a letter from the trademark holders.

I contacted the Drusian winery, owned by Francesco Druisian, one of the two trademark holders. His head of PR and communication, Maria Vidalli, on his behalf, offered up some invaluable insight. After confirming with Francesco, she said that since 2002, the winery had only written cease and desist letters to two wineries, both that had been using the term colfondo – written as one word – on their labels, and were about to send out a third letter for the same reason. According to Maria, “Drusian has never sent any letters to producers using Col Fondo written with two words. We couldn’t, this is the term that has been for years in the growing zone”.

She also shed light on the attempted agreement with the Consorzio.

“Francesco says that after years of negotiations, in 2017, he agreed to cede the trademark ‘colfondo’ free of charge to the Consorzio under one condition: that Col Fondo would be given DOCG status, both for frizzante and Spumante. The request was denied.”

Fast forward two years, and the new production codes stipulate that starting in 2020, Sui Lieviti will be allowed to be labeled as Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Spumante Sui Lieviti.

Frizzante or Spumante: who cares? The producers. And lovers of this style.

The wine formerly known as Col Fondo, then as Rifermentato in bottiglia and now officially called Sui Lieviti, has always been classified as Frizzante, and as such has had to be a maximum 2.5 bars of pressure, while Spumante is anything over 3 bars. But starting in 2020, the official name of what is the original style of Prosecco will be Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Spumante Sui Lieviti. This means however that the pressure will have to be 3 bars or higher.

Some producers are happy, others not so much.

“It’s extremely difficult to control the pressure in a bottle-fermented sparkler on its yeasts, and keeping the wine at 2.5 bars of pressure is a continuous stress. For sure the previous generations of winemakers that made this style weren’t monitoring the pressure so closely, but today if you make a Frizzante that’s 2.6 bars instead of 2.5, you can get a hefty fine,” explains Elena Moschetta of BiancaVigna. She adds that besides the lowered stress on keeping the pressure in check, “starting from 2020, we can finally label the wine this style as Conegiano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG.”

© Paolo Tenti | Glera vineyards in Valdobbiadene

Christian at Ca’ dei Zago is less enthusiastic. “With the modified production code, you can still make ‘frizzante rifermentato in bottiglia’ at 2.5 bars of pressure. But the modifications now permit you to make a spumante ‘sui lieviti’ at 3 bars and above. But in my opinion, this would distort the historical origins of this wine, so we’ll continue to make Frizzante rifermentato in bottiglia”.

In the end…

Like all great wine making areas, in the case of Col Fondo, the best guarantee will be the producer behind the style, not the new name or revamped version of one is Italy’s most historical and fascinating sparklers.

Bunch thinning – too much of a good thing. Diradamento: sicuri che sia una cosa buona?

The English version of this article has been published here: https://www.winemag.com/2019/03/14/is-there-really-a-benefit-to-crop-thinning/

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando una manciata di grandi produttori piemontesi, tra cui Elio Altare e Michele Chiarlo, iniziò a eliminare i grappoli (procedura nota come diradamento, una tecnica già utilizzata nelle principali denominazioni francesi) per ridurre le rese e migliorare la qualità, la gente del posto pensava che questi pionieri fossero pazzi. Vedendo grappoli di uva perfettamente buona sul terreno, i coltivatori con vigneti vicino a Chiarlo hanno anche chiesto al parroco di intervenire nel tentativo di fermare ciò che vedevano come un sacrilegio.

Il problema sta nel fatto che, nelle condizioni climatiche più calde e più secche attuali, questa pratica di vigneto ormai onnipresente sta esasperando naturalmente livelli alcolici più alti ed abbassando i livelli di acidità. È dunque tempo di ripensare al diradamento dei grappoli.

L’idea alla base del metodo è che meno grappoli per vite consentono una migliore maturazione dell’uva che a sua volta genera vini più concentrati e livelli alcolici più alti. Trent’anni fa, con stagioni di coltivazione più fredde e più umide e vigneti orientati alla quantità anzichè alla produzione di qualità, era sensato assottigliare il raccolto.

© Paolo Tenti | Grape thinning in Montalcino

Ad esempio, nella denominazione del Barolo, fino ai primi anni 2000, caraterizzate spesso da estati fresche ed autunni piovosi, il Nebbiolo aveva spesso difficoltà di maturazione. Il controllo delle rese attraverso il diradamento delle colture è stato fondamentale per ottenere la qualità. Tenendo presente la qualità, alla fine degli anni ’90 i produttori di tutta Italia stavano reimpiantando in siti selezionati a densità più elevate e con nuovi cloni, passando a sistemi di allevamento e metodi di potatura migliori. Tutte queste misure sono state progettate per ridurre i raccolti, combattere le malattie ed incoraggiare la maturazione quando le temperature estive più fresche e le frequenti piogge autunnali erano la norma.

Poi sono arrivati i cambiamenti climatici. Le stagioni di crescita dell’uva più calde e secche stanno aumentando i livelli alcolici ed abbassando l’acidità nelle denominazioni di tutto il mondo. In Piemonte, non è raro vedere Barolo e Barbaresco con il 15% sulle etichette, mentre il 15,5% non è più inedito per la Barbera d’Asti. A Montalcino, dove i produttori di Brunello erano soliti avere difficoltà a raggiungere il 13% circa, direi che mantenere i vini sotto il 15% è una sfida. In Collio, i bianchi con il 14,5% sono ormai all’ordine del giorno. Quando i livelli di alcol aumentano e l’acidità precipita, i gusti dei consumatori hanno oscillato nella direzione opposta: la maggior parte delle persone oggi preferisce vini eleganti con la positiva tensione data da un buon livello di acidità ma senza alcool eccessivo. Non è più logico praticare il diradamento per ridurre ulteriormente i rendimenti in questa Nuova Era.

Alcuni sostengono che i livelli di alcol non importano se i vini hanno abbastanza frutta. Eppure è difficile trovare vini ad alto contenuto alcolico che vantano equilibrio, vitalità e complessità, o che siano compatibili con gli alimenti, rendendo i vini di difficile abbinamento. Una minore acidità mette a rischio anche la longevità del vino.

I produttori sono nettamente divisi sulla questione, ma io sono d’accordo con coloro che stanno limitando il diradamento dei grappoli per concentrarsi su vini di qualità che vantano freschezza, finezza ed equilibrio.

Brunello di Montalcino 2014: un’annata dall’eleganza facilmente approcciabile

The english version of this article was published on Wine Enthusiast: https://www.winemag.com/2019/02/28/2014-brunello-vintage-overcomes-difficulties/

La 2014 è stata una delle annate più fredde e piovose della memoria recente in Italia e Montalcino non ha fatto eccezione. Tuttavia, grazie alla competenza dei produttori più dedicati, ci sono alcuni affascinanti Brunelli di questa annata appena rilasciata,  vibranti e carichi di finezza, con poche eccezioni si possono già godere ora e nei prossimi anni. Offriranno puro piacere e bevibilità mentre si aspetta che i 2013 si sviluppino pienamente.

Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery
© Paolo Tenti | Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery

Madre Natura non si è trattenuta nel 2014 ed ha creato condizioni di crescita estremamente difficili per i produttori di Montalcino, portando molti a confrontare il 2014 con il diluvio del 2002.  L’annata 2014 è iniziata con un inverno insolitamente caldo e umido passando ad una primavera estremamente umida e fresca. Una breve pausa all’inizio di giugno ha portato qualche sollievo, ma non è durato a lungo. A metà giugno, le forti piogge e le temperature insolitamente fresche sono tornate insieme a violente grandinate che hanno colpito aree sparse in tutta la denominazione. Questo andamento meteorologico è continuato per tutto il mese di luglio. La pioggia si è attenuata ad agosto ma le temperature medie sono diminuite per tutto il mese. Forti pioggia sono tornate a settembre. Infine, l’ultima settimana del mese ha portato sole e temperature sopra la media che sono continuate per tutta la prima metà di ottobre, con la maggior parte dei produttori che hanno raccolto in questa finestra di tre settimane.

Raggiungere buoni risultati nel 2014 dipendeva quasi interamente dai produttori. Per tenere a bada le malattie fungine, i coltivatori hanno dovuto intervenire molto più del solito per proteggere la salute delle piante e gestire le foglie e la chioma. La selezione meticolosa delle uve delle sole bacche più sane è stata fondamentale per il successo. I produttori dovevano anche essere estremamente scrupolosi durante la vinificazione, con estrazioni non troppo spinte che si dimostrano migliori per la struttura più delicata dell’annata.

“Il 2014 ha avuto temperature fresche diurne e precipitazioni superiori alla media in estate, e condivide molte somiglianze con il 2002. Per mantenere i nostri standard di qualità in anni come questi, selezioniamo attentamente le uve e produciamo solo il nostro classico Brunello, ma non il nostro Brunello Pianrosso o il nostro Brunello Riserva Santa Caterina d’Oro “, afferma Paolo Bianchini, co-proprietario insieme alla sorella Lucia della tenuta Ciacci Piccolomini d’Aragona. “La nostra produzione è diminuita del 25-30% nel 2014, ma a causa di tutto il duro lavoro – dalle vigne fino all’imbottigliamento – siamo più che soddisfatti dei risultati”.

Baricci's Montosoli vineyard
© Paolo Tenti | Baricci’s Montosoli vineyard

Una manciata di produttori, tra cui Conti Costanti, Biondi Santi e Padelletti, non ha realizzato nessun Brunello 2014, ma declassificato al Rosso di Montalcino.

Come spiega Andrea Costanti, proprietario dell’azienda Conti Costanti, “Abbiamo raccolto in ritardo, intorno al 10 ottobre, ma sin dall’inizio ho deciso di fare meno Brunello e concentrarmi maggiormente sul Rosso di Montalcino che era delicato, elegante e aveva un’acidità eccellente. Dopo il secondo anno in legno, ho deciso di non realizzare affatto il Brunello e ho realizzato invece il Vermiglio Rosso di Montalcino. In questi anni difficili, voglio fare un grande vino che possa reggere la storia di Costanti e, a mio parere, nel 2014 non poteva essere il Brunello. Così ho deciso di fare un buon Rosso al posto di un mediocre Brunello. Ovviamente la mia decisione riguarda il mio terroir ed il mio vino, ma il 2014 si esprime al meglio nei vini più giovani “.

Dopo una lunga degustazione dei Brunelli 2014, sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla pura eleganza, dalla vivacità e dall’equilibrio delle bottiglie  di alcuni dei migliori produttori. Mentre non hanno la struttura ed il potenziale di invecchiamento tipico del Brunello, sono invitanti, fragranti, con aromi e sapori di bacca rossa fresca, viola, rosa ed erbe selvatiche. Hanno acidità vivace e tannini levigati. La maggior parte sono già  nella loro finestra ideale di bevibilità, ma i migliori dureranno anche fino a quindici anni .

L’acquisto di bottiglie dell’annata 2014 richede una particolare attenzione. Mentre la qualità complessiva è superiore alle aspettative, ci sono anche una serie di vini magri e diluiti, perché solo i produttori più esperti possono produrre vini eccezionali in questi anni difficili. Assicuratevi di vedere le mie recensioni complete quando usciranno sul sito di Wine Enthusiast.

Qui trovate tutte le recensioni sui Brunello di Montalcino uscite quest’anno (con il mese prossimo verrano completate): recensioni di Kerin O’Keefe sui Brunello di Montalcino uscite nel 2019

Brunello di Montalcino 2014: i miei Top 20

Accanto ai Brunello del 2014, anche le Riserve 2013 sono appena uscite. Elegantemente strutturate, precise e raffinate, le migliori mostrano un grande potenziale di invecchiamento. (Dai un’occhiata al vintage report dell’annata 2013).

 

Brunello di Montalcino 2013 (2012 e 2010) Riserva: i miei Top 10

 

Brunello di Montalcino 2013, 2012 e 2010 usciti quest’anno: i miei Top 5

 

 

Gianfranco Soldera, grande produttore di Brunello, muore a 82 anni

Gianfranco Soldera, uno dei vignaioli simbolo di Montalcino – noto per la produzione di eccezionali vini di notevole finezza ed equilibrio – è deceduto ieri, 16 febbraio, a Montalcino dopo che la sua auto è uscita di strada a causa di un presumibile malore. Aveva 82 anni.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera

Soldera ha fondato la sua tenuta Case Basse nel 1972, lasciandosi alle spalle una carriera di successo a Milano come broker assicurativo. Dopo aver cercato per anni la tenuta giusta per produrre vini eccezionali, si imbattè in una proprietà abbandonata a Tavernelle, a sud-ovest di Montalcino. Anche se non c’erano vigneti, Soldera era convinto che il terreno collinare vicino alla piccola chiesa di Santa Restituta sarebbe stato il luogo ideale per le sue aspirazioni enologiche. La sua intuizione si è dimostrata giusta, grazie al microclima secco, alle lunghe ore di luce solare e al terreno ricco di minerali. Soldera e sua moglie Graziella hanno pensato di realizzare un ecosistema unico per generare un equilibrio naturale e un microclima sano. A tal fine, Graziella ha creato un magnifico parco botanico di 2 ettari, completo di oltre 1.500 varietà di rose e numerosi altri fiori ed alberi. Un lago artificiale e nidi creati per favorire la dimora di una moltitudine di api, uccelli predatori, insetti, rane e serpenti, che a loro volta hanno sviluppato un sistema naturale ideale per le piante e la fauna selvatica.

A Case Basse Soldera produceva vini squisiti, delicatamente colorati e impeccabilmente equilibrati che vantavano una complessità affascinante. Erano l’esatto contrario del loro enologo piuttosto schietto e talvolta imperioso. Le sue spietate critiche ai migliori Barolo, Brunello e Borgogna insieme ai loro vignaioli divennero quasi mitici quanto i suoi vini, e come chiunque abbia mai visitato la tenuta ricorderà sicuramente che sputare durante le degustazioni, anche da campioni di botte, era severamente vietato.

Eppure, per quanto abrasivo potesse essere, l’innegabile passione di Soldera – alcuni potrebbero dire il fanatismo – alimentò la perenne ricerca della perfezione che portò a questi magnifici, memorabili e incredibilmente costosi Brunelli.

Seguendo i consigli del Maestro Assaggiatore Giulio Gambelli, Soldera ha mantenuto rendimenti notevolmente bassi, circa la metà di quanto consentito dal disciplinare del Brunello, ed è stato un pioniere nella selezione delle uve. Ha inoltre lavorato a stretto contatto con diverse università, tra cui l’Università di Firenze, per studiare la migliore gestione del vigneto e la vinificazione del Sangiovese, mantenendo sempre un approccio rigorosamente naturale a tutti gli aspetti della vinificazione. Il suo approccio radicalmente non interventista in cantina prevedeva solo fermentazioni spontanee con lieviti autoctoni effettuate in grandi tini di rovere di Slavonia e senza controllo della temperatura ma con frequenti rimontaggi, seguiti da un lungo affinamento in botti di Slavonia.
Soldera è stato uno dei principali sostenitori del 100% di Sangiovese ed è stato fondamentale per aiutare gli associati a guidare il Consorzio nel voto del 2008 che ha rigettato le modifiche proposte al disciplinare del Brunello che avrebbe consentito lìutilizzo di altre uve.
La polemica ha sempre circondato Soldera, ma è diventato sempre più isolato dopo il sabotaggio del dicembre 2012, quando un ex dipendente ha fatto irruzione nelle sue cantine, ha aperto i rubinetti sulle botti di Brunello e ha svuotato più di 62.000 litri di vino dal 2007 all’annata 2012.
In quello che doveva essere un atto di solidarietà, i membri del Consorzio si offrirono pubblicamente di donare parte del loro vino a Soldera, che rifiutò. Soldera ha rassegnato le dimissioni dal Consorzio nel marzo 2013, dopo aver espresso pubblicamente le sue opinioni sull’offerta che considerava a dir poco fraudolenta. Per rappresaglia per le sue osservazioni, il Consorzio lo espulse, anche se si era già dimesso. Nello stesso anno, Soldera estrasse i suoi vini dalla denominazione, preferendo invece etichettare i suoi vini come IGT Toscana.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera and Kerin O’Keefe

Ricorderò per sempre la mia prima visita a Case Basse durante la vendemmia del 2003. Soldera acconsentì all’intervista, ma solo se avessi fatto le domande in cima a una tino di fermentazione di legno molto alto, così da poter continuare a pompare il vino mentre rispondeva alle mie domande. Dopo trenta minuti dall’inizio dell’intervista, tra le risposte alle mie domande, l’abbaiare degli ordini allo staff sottostante e l’attenzione al vino, notò ben prima che lo facessi che i vapori della fermentazione mi stavano facendo perdere i sensi. Mentre ero contenta di scendere, per me rimarrà sempre un ricordo prezioso. Più tardi, pochi secondi dopo aver dichiarato arrogantemente che il suo vino “era uno dei pochi vini veramente fantastici al mondo”, osservai mentre sorrideva teneramente e pazientemente seduto mentre una delle sue giovani nipotine metteva un bouquet di fiori appena colti sulla parte superiore della tuta che indossava quel giorno mentre lavorava in cantina.

Ho sentito dire che è difficile conciliare la personalità controversa di Gianfranco con l’eleganza quasi eterea del suo Brunello, ma io dico che l’uomo era complesso e profondo quanto i suoi affascinanti vini.

Cult Brunello Producer Gianfranco Soldera Dies at 82

Gianfranco Soldera, Montalcino’s most controversial and outspoken producer – known for making stunning wines boasting remarkable finesse and balance – died yesterday, February 16, in Montalcino when his car careened off the road. First responders found him in cardiac arrest. He was 82.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera

Soldera established his Case Basse estate in 1972, leaving behind a successful career in Milan as an insurance broker. After looking for years for just the right estate to make exceptional wines, he came across an abandoned property in Tavernelle, southwest of Montalcino. Even though there were no vineyards, Soldera was convinced the hilly terrain near the small church of Santa Restituta would be the ideal place for his winemaking aspirations. His intuition proved right, thanks to the dry microclimate, long hours of sunlight and mineral rich soil. Soldera and his wife Graziella went on to create a unique ecosystem to generate a natural balance and healthy microclimate. To this end, Graziella planted a magnificent 2ha botanical park, complete with more than 1,500 rose varieties and numerous other flowers and trees. An artificial lake and man-made birds’ nests provide the perfect home for a multitude of bees, predator birds, insects, frogs and snakes, that in turn have developed a natural system of checks and balances for both the plants and the wildlife.

At Case Basse Soldera produced exquisite, delicately colored and impeccably balanced wines that boasted mesmerizing complexity. They were the exact opposite of their rather blunt, and at times imperious winemaker. His ruthless criticism of the finest Barolos, Brunellos and Burgundies along with their winemakers became almost as legendary as his wines, and as anyone who ever visited the estate will surely remember, spitting during tastings, even from cask samples, was strictly forbidden.

And yet, as abrasive as he could be, Soldera’s undeniable passion – some may say fanaticism – fueled his perennial search for perfection that led to these magnificent, memorable and incredibly expensive Brunellos and other bottlings.

Following the advice of Sangiovese Maestro Giulio Gambelli, Soldera kept yields remarkably low, roughly half of what the Brunello regulations allow, and he was a pioneer when it came grape selection. He also worked closely with several universities, including the University of Florence to study the best vineyard management and vinification for Sangiovese, while always maintaining a strictly natural approach to all aspects of winemaking. His radically non-interventionist approach in the cellar included only spontaneous fermentation with native yeasts carried out in large Slavonian oak vats and without temperature control but frequent pumping over, followed by lengthy aging in Slavonian casks.

Soldera was one of the leading advocates for 100% Sangiovese only, and was fundamental in helping guide the Consorzio in the critical 2008 vote that threw out any proposed changes to Brunello’s production code that would have allowed other grapes.

Controversy had always surrounded Soldera but he became increasingly isolated in the aftermath of the December 2012 break-in, when a former employee broke into his cellars, opened the taps on barrels of aging Brunello and drained out more than 62,000 liters of wines from the 2007 to 2012 vintages.

In what was meant as an act of solidarity, members of the consorzio publicly offered to donate some of their wine to Soldera, who refused. Soldera resigned from the Consorzio in March 2013 after publicly voicing his thoughts on the offer that he considered nothing short of fraud. In retaliation for his remarks, the Consorzio expelled him, even though he had already resigned. That same year, Soldera pulled his wines out of the denomination, preferring to label his wines as IGT Toscana instead.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera and Kerin O’Keefe

I will always remember my first visit to Case Basse during the 2003 harvest. Soldera agreed to the interview but only if I would conduct the questions on the top of a high, wooden fermenting vat so he could continue pumping over the wine while he answered my questions. Thirty minutes into the interview, in between answering my questions, barking orders to the staff below and tending to the wine, he noticed well before I did that the fumes were getting to me. While I was glad to get down, it will always be a treasured memory. Later, just seconds after arrogantly declaring that his wine ‘was one of the only truly great wines in the world’ – I watched as he smiled tenderly and patiently sit still while one of his young granddaughters placed a bouquet of just-picked wildflowers across the top of the coveralls he wore that day while working in the cellars.

I’ve heard some say it’s hard to reconcile Gianfranco’s contentious personality with the almost ethereal elegance of his Brunello, but I say the man was as complex and as deep as his fascinating wines.

Vini italiani: i miei top 30 del 2018

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 3399 mie recensioni di vini italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini rossi italiani le cui recensioni sono apparse nel 2018 sono stati 2260. Qui trovate l’elenco completo: Vini rossi italiani recensiti da Kerin O’Keefe

Un’annata di assaggi sicuramente molto gratificante, i grandi rossi italiani hanno dimostrato tutto il loro potenziale suscitando l’interesse degli appassionati di tutto il mondo.

Vini rossi italiani: i miei top 10 del 2018

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 808 mie recensioni di vini bianchi e rosati italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini bianchi e rosati italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini bianchi e rosati italiani sono ancora sottovalutati a livello mondiale, ma sta sempre più emergendo la consapevolezza della qualità, unita spesso ad una notevole longevità, tra i numerosi intenditori di vini italiani in ogni parte del mondo.

Vini bianchi e rosati italiani: i miei top 10 del 2018

 

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 330 mie recensioni di bollicine e vini dolci italiani. Qui trovate l’elenco completo: Bollicine e vini dolci italiani recensiti da Kerin O’Keefe

La qualità delle bollicine e dei vini dolci italiani cresce di anno in anno e viene sempre più apprezzata a livello internazionale.

Bollicine e vini dolci italiani: i miei top 10 del 2018

 

Addio Giuseppe Rinaldi (in italiano)

Giuseppe “Beppe” Rinaldi, uno dei produttori più rispettati delle Langhe, è scomparso domenica 2 settembre all’età di 70 anni. E Barolo non sarà più la stessa senza di lui.

© Paolo Tenti | Giuseppe Rinaldi in 2013

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre (qui trovate le mie recensioni dei suoi Barolo 2009-2013).

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre.

Beppe rimaneva l’unico superstite del trio del Barolo soprannominati gli ultimo Mohicani. Il gruppo, che comprendeva i compianti Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, era un fedele difensore dei Baroli classici di territorio. Si unirono quando la “guerra del Barolo” imperversava tra i tradizionalisti e i cosiddetti modernisti: questi ultimi usavano i fermentatori rotanti e invecchiavano i vini in barriques nuove, mentre i tradizionalisti prediligevano lunghe macerazioni post-fermentative e l’affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia.

Beppe, Bartolo e Teobaldo alla fine hanno vinto quella guerra: in questi giorni la maggior parte dei produttori si è allontanata dalle pratiche aggressive di vinificazione e ha adottato tecniche di cantina meno invasive che esaltano le caratteristiche floreali, di piccoli frutti rossi e balsamiche del Nebbiolo. Ma Beppe passò alla successiva battaglia, quella di difendere i luoghi vitali del Barolo. Lui, insieme a Maria Teresa Mascarello ed Enzo Brezza, ha coraggiosamente sfidato l’establishment per difendere i vigneti storici del Barolo, in particolare il vigneto Cannubi. Come mi ha detto nel 2013, durante un’intervista per il mio libro su Barolo e Barbaresco: “Oggi i produttori di Barolo hanno piantato vigneti in aree in cui i nostri nonni non avrebbero mai immaginato di piantare il Nebbiolo.”

Con il medesimo nome di suo nonno paterno Giuseppe, che fondò l’azienda nel 1890, Beppe, dopo gli studi da veterinario, imparò l’arte della vinificazione e della viticoltura dal padre Battista, che si diplomò con lode alla Scuola Enologica di Alba. Nella loro villa alla periferia di Barolo, in cantine cavernose dominate da botti di rovere di Slavonia, troverai tutte le passioni di Beppe: una sedia primitiva fatta di barrique usate, con un cartello scritto a mano: “Il miglior uso della Barrique “, e in un’altra area a latere delle cantine di vinificazione e invecchiamento, due interi locali pieni di vecchie Lambretta in vari stadi di restauro e casse piene di pezzi.

Ma più di tutto la passione di Beppe consisteva nel fare in modo che i suoi vini esprimessero al meglio i rispettivi vigneti e le caratteristiche proprie di ciascuna vendemmia. A tal fine ha evitato le tecnologie di cantina più moderne, compresi i lieviti selezionati. “Non ho bisogno di lieviti selezionati. Prima che i lieviti selezionati fossero inventati, il vino fermentava spontaneamente. Ho semplicemente lasciato che la natura facesse il suo corso”, mi ha detto nel 2008. Non ha mai usato prodotti chimici nei suoi vigneti, che sono tra i siti più ambiti della denominazione: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera e Le Coste.

Ma al di sopra e al di là del suo terroso e sentimentale Barolo, Beppe aveva un carisma che poteva muovere gli eserciti, e ha marciato al ritmo di un diverso tamburino in tutti i sensi. In diverse occasioni, venivo a casa sua e, camminando attraverso l’elegante salotto, trovavo una delle sue motociclette parcheggiate di fronte agli eleganti divani, perché, come disse una volta a sua moglie Annalisa, “Stava piovendo ieri sera”.

Beppe era una di quelle rare anime che dicevano quello che pensava e combatteva duramente per ciò in cui credeva e non gli interessava di ottenere l’approvazione delle sue idee. E quando l’hai incontrato, anche se inizialmente non eri d’accordo con lui, poi non hai mai guardato il Barolo nella stessa luce di prima.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Per fortuna le sue figlie, Marta, laureata in enologia all’Università di Torino e Carlotta, laureata in agronomia, hanno lavorato per anni con il padre. Il futuro dell’azienda è in ottime mani.

Ho scoperto per la prima volta che Beppe era malato ai primi di giugno e, mentre ero in Piemonte lo scorso fine settimana, avevo sentito che purtroppo le cose non stavano andando troppo bene. Sabato abbiamo condiviso una bottiglia di Barolo Brunate – Le Coste 2009 con amici e, anche in questa difficile annata, Beppe ha tirato fuori un capolavoro.

Addio Beppe, ci mancherai.

 

Addio Giuseppe Rinaldi

One of Barolo’s most outspoken and respected producers, Giuseppe “Beppe” Rinaldi passed away on Sunday, September 2nd, at the age of 70. And Barolo will never be the same.

A passionate defender of traditionally crafted Barolo, Beppe, nicknamed ‘Citrico’ for his scathing, acidic frankness and sense of humor, made soulful, fragrant Barolos boasting floral, earthy, red berry and mineral sensations that only Nebbiolo planted in the best sites and not forced in the cellar can produce (here you find my reviews of his Barolos 2009-2013) .

© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas
© Paolo Tenti | Beppe Rinaldi on one of his beloved Lambrettas

Beppe was the lone survivor of the Barolo threesome nicknamed the Last of the Mohicans. The group, which included the late Bartolo Mascarello and Teobaldo Cappellano, were stalwart defenders of terroir-driven, classic Barolos that united back when the Barolo Wars raged between the Traditionalists and the so-called Modernists: the latter used rotary fermenters and aged the wines in all new barriques, while the Traditionalists favored long, post-fermentation macerations and aging in large Slavonian oak.

Beppe, Bartolo and Teobaldo eventually won that war: these days most producers have stepped away from aggressive winemaking practices and have adopted less intrusive cellar techniques that exalt Nebbiolo’s floral, red berry and balsamic characteristics. But Beppe found himself moving on to the next battle, that of defending Barolo’s hallowed vineyard sites. He, along with Maria Teresa Mascarello and Enzo Brezza, bravely took on the establishment to defend Barolo’s historic vineyards, namely the much-contested Cannubi vineyard. As he told me in 2013, during an interview for my Barolo and Barbaresco book, “Today, Barolo makers have planted vineyards in areas our grandfathers would never have imagined planting Nebbiolo.”

Named after his grandfather Giuseppe, who founded the firm in 1890, Beppe, a trained veterinarian learned the art of winemaking from his father Battista, who graduated with honors from Alba’s Enological School. In their country villa on the outskirts of Barolo, in cramped, cavernous cellars dominated by Slavonian oak casks, you’ll find all of Beppe’s passions: a primitive chair made of a used barrique, with a hand written sign: “The Best Use of Barrique”, and in another area removed from the vinification and aging cellars, two entire rooms filled with old Lambretta scooters in various stages of restoration and crates full of parts.

Above all, Beppe was committed to turning out Nebbiolos that best expressed their vineyard sites and the vintage. To this end he shunned most modern cellar technologies, including selected yeasts. “I don’t need selected yeasts. Before selected yeasts were invented, wine fermented spontaneously. I simply let nature take its course,” he told me in 2008. He also never used any chemicals in his vineyards, which are among the most coveted sites in the denomination: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera and Le Coste.

But above and beyond his earthy, soulful Barolos, Beppe had a charisma that could move armies, and he marched to the beat of a different drummer in every sense. On several occasions, I would come to his house, and walking through the elegant living room, find one of his motorcycles parked in front of the elegant settees, because, as he told his wife Annalisa , “It was raining last night”.

Beppe was one of those rare souls that said what he thought and fought hard for what he believed in and didn’t give a damn if you agreed or not. And when you met him, you never looked at Barolo in the same light.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Thankfully, his daughters, Marta, who graduated from the University of Turin in enology and Carlotta, who graduated from the same university in agronomy, have been working alongside their father for years.

I first found out that Beppe was ill back in early June, and while in Piedmont this past weekend, heard things weren’t looking too well. On Saturday we shared a bottle of Rinaldi’s 2009 Brunate – Le Coste with friends, and even in this difficult vintage for Barolo, Beppe pulled off what the Italians call ‘un capolavoro’.

Addio Beppe.

Brunello di Montalcino 2013: un’annata classica e splendente, da mettere in cantina

Se volete sperimentare l’energia, l’eleganza e la struttura che per secoli ha attratto appassionati e collezionisti al vino di Montalcino, il Brunello 2013 è la vostra annata.

Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery
© Paolo Tenti | Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery

Si tratta di un’annata classica: i migliori 2013 hanno un notevole potenziale di invecchiamento, come non ho visto da anni. Ho assaggiato 181 dei Brunello appena usciti e ho dato a 112 vini 90 punti o più, con ben 21 che hanno ricevuto 95 punti o più, compreso un punteggio perfetto di 100. I vini migliori sono sorprendenti, con una radiosità che è mancata in molti dei Brunelli più muscolosi, più accessibili e più alcolici a cui ci siamo abituati nelle ultime annate. Il 2013 richiederà pazienza per raggiungere il suo massimo potenziale.

A differenza di anni estremamente caldi e secchi che sono diventati la norma a Montalcino dalla metà degli anni ’90 (ad eccezione di alcune annate, come 1998, 2002 e 2005), il 2013 è stato un tuffo nel passato: un anno fresco, con abbondanti piogge in primavera e la prima parte dell’estate. La gestione dei vigneti per mantenere l’uva priva di malattie si è dimostrata fondamentale. L’annata è stata praticamente decisa a settembre e nella prima metà di ottobre: mentre le temperature più fredde hanno prevalso, le uve hanno beneficiato di ampi raggi di sole e di condizioni ariose.

Il 2013 si è rivelata una stagione incredibilmente lunga e in crescita. I vitucultori che sono arrivati a settembre con uve sane – e fortunatamente ce ne sono stati molti – hanno potuto godere del clima mite e soleggiato, e hanno prodotto vini fragranti di medio corpo, carichi di finezza. I migliori sono impeccabilmente equilibrati, con acidità vibrante e tannini fermi ma nobili. Nel complesso, anche i livelli di alcol nel 2013 hanno mostrato un ritorno al passato, con molti vini che dichiarano 13,5% e  14% sulle etichette, in netto contrasto con il 14,5% e il 15% che sono diventati sempre più comuni dall’inizio degli anni 2000.

“Il 2013 è un’annata classica in tutti i sensi, e ha prodotto vini con intensità, eleganza e tannini solidi ma ben integrati. A differenza di altre annate più fredde nella memoria recente, come nel 2005 e nel 2008 che hanno avuto più pioggia, specialmente verso la fine della stagione di crescita, nel 2013 il clima soleggiato di settembre e la prima parte di ottobre hanno spinto in avanti in modo significativo la vendemmia. Abbiamo iniziato a raccogliere il nostro Sangiovese per il Brunello il 18 ottobre, circa venti giorni dopo il solito. Una vendemmia con questo ritardo non è accaduta dagli anni ’80 “, afferma Lorenzo Magnelli, co-proprietario della tenuta di famiglia Le Chiuse. Situata poco a nord di Montalcino, la piccola tenuta ha un’impressionante carta d’identità: era solita fornire le uve per le pregiate Riserve di Biondi Santi prima che Simonetta Valiani, ereditasse la proprietà da sua madre, la figlia al leggendario Tancredi Biondi Santi. Lorenzo, suo padre e sua madre hanno iniziato a produrre e imbottigliare i propri vini nei primi anni ’90. Lo spendido 2013 dell’azienda è incredibilmente raffinato.

Baricci's Montosoli vineyard
© Paolo Tenti | Baricci’s Montosoli vineyard

Anche Francesco Buffi, che gestisce la piccola azienda Baricci insieme al fratello Federico e ai suoi genitori, è entusiasta della vendemmia 2013: “È un Brunello da manuale, il tipo di annata che salutiamo a braccia aperte qui a Baricci.” Fondata dal nonno di Francesco Nello nel 1955, la piccola tenuta si trova sulla collina di Montosoli, uno dei vigneti più famosi di Montalcino. “Rispetto alle annate più calde, il 2013 mostra un altro aspetto del Sangiovese che è tutto merito di finezza, freschezza e vitalità, caratteristiche che ora vediamo sempre meno a causa dei cambiamenti climatici.” Sottolinea che l’annata è stata tutt’altro che facile. “Il 2013 è stato impegnativo e ha messo alla prova i nostri nervi, soprattutto quando il tempo incerto rappresentava una minaccia verso la fine di settembre. Ma quelli che non si sono fatti prendere dal panico e hanno aspettato fino alla prima settimana di ottobre sono stati premiati “, spiega Buffi.

Nel complesso l’annata è superba, ma ci sono stati alcuni Brunello al di sotto delle aspettative. Mentre alcuni viticultori evidentemente raccoglievano prima che le uve fossero completamente mature e producevano vini magri che mostravano aromi ancora acerbi, altri apparentemente lasciavano le uve sulla vite troppo a lungo e producevano vini con sensazioni di frutta cotta e con alcol evidente. Sebbene ce ne fossero meno che negli anni precedenti, ero più che sorpresa di vedere un numero di vini con 15% di alcol; oltretutto nel 2013 l’alcol era più spesso evidente rispetto agli altri anni.

Date le estreme differenze tra le varie sottozone e le notevoli diversità di altitudine delle vigne, è quasi impossibile giudicare le annate per l’intera denominazione. L’esperienza e gli stili di vinificazione dei produttori, insieme alla localizzazione dei loro vigneti, giocano un ruolo sempre più importante in ogni nuova annata, in modo particolare a Montalcino rispetto ad altre zone di produzione più uniformi.

L’originale dell’articolo in inglese compare qui: https://www.winemag.com/2018/02/14/2013-brunello-vintage-wines/

 

Qui trovate tutte le mie 273 recensioni (181 Brunello di Montalcino 2013, 88 Riserva 2012 e 4 Riserva 2011)

 

2013 Brunello di Montalcino: 30 Top-Rated Wines

 

Insieme all’uscita dei Brunello 2013 ci sono anche le Riserve 2012, di cui un buon numero ha raggiunto livelli altissimi, in particolare due a cui ho assegnato una valutazione perfetta di 100 punti.

2012 Brunello di Montalcino Riserva Top-Rated Wines: 10 Top-Rated Wines

E infine una favolosa Riserva 2011: