Bunch thinning – too much of a good thing. Diradamento: sicuri che sia una cosa buona?

The English version of this article has been published here: https://www.winemag.com/2019/03/14/is-there-really-a-benefit-to-crop-thinning/

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando una manciata di grandi produttori piemontesi, tra cui Elio Altare e Michele Chiarlo, iniziò a eliminare i grappoli (procedura nota come diradamento, una tecnica già utilizzata nelle principali denominazioni francesi) per ridurre le rese e migliorare la qualità, la gente del posto pensava che questi pionieri fossero pazzi. Vedendo grappoli di uva perfettamente buona sul terreno, i coltivatori con vigneti vicino a Chiarlo hanno anche chiesto al parroco di intervenire nel tentativo di fermare ciò che vedevano come un sacrilegio.

Il problema sta nel fatto che, nelle condizioni climatiche più calde e più secche attuali, questa pratica di vigneto ormai onnipresente sta esasperando naturalmente livelli alcolici più alti ed abbassando i livelli di acidità. È dunque tempo di ripensare al diradamento dei grappoli.

L’idea alla base del metodo è che meno grappoli per vite consentono una migliore maturazione dell’uva che a sua volta genera vini più concentrati e livelli alcolici più alti. Trent’anni fa, con stagioni di coltivazione più fredde e più umide e vigneti orientati alla quantità anzichè alla produzione di qualità, era sensato assottigliare il raccolto.

© Paolo Tenti | Grape thinning in Montalcino

Ad esempio, nella denominazione del Barolo, fino ai primi anni 2000, caraterizzate spesso da estati fresche ed autunni piovosi, il Nebbiolo aveva spesso difficoltà di maturazione. Il controllo delle rese attraverso il diradamento delle colture è stato fondamentale per ottenere la qualità. Tenendo presente la qualità, alla fine degli anni ’90 i produttori di tutta Italia stavano reimpiantando in siti selezionati a densità più elevate e con nuovi cloni, passando a sistemi di allevamento e metodi di potatura migliori. Tutte queste misure sono state progettate per ridurre i raccolti, combattere le malattie ed incoraggiare la maturazione quando le temperature estive più fresche e le frequenti piogge autunnali erano la norma.

Poi sono arrivati i cambiamenti climatici. Le stagioni di crescita dell’uva più calde e secche stanno aumentando i livelli alcolici ed abbassando l’acidità nelle denominazioni di tutto il mondo. In Piemonte, non è raro vedere Barolo e Barbaresco con il 15% sulle etichette, mentre il 15,5% non è più inedito per la Barbera d’Asti. A Montalcino, dove i produttori di Brunello erano soliti avere difficoltà a raggiungere il 13% circa, direi che mantenere i vini sotto il 15% è una sfida. In Collio, i bianchi con il 14,5% sono ormai all’ordine del giorno. Quando i livelli di alcol aumentano e l’acidità precipita, i gusti dei consumatori hanno oscillato nella direzione opposta: la maggior parte delle persone oggi preferisce vini eleganti con la positiva tensione data da un buon livello di acidità ma senza alcool eccessivo. Non è più logico praticare il diradamento per ridurre ulteriormente i rendimenti in questa Nuova Era.

Alcuni sostengono che i livelli di alcol non importano se i vini hanno abbastanza frutta. Eppure è difficile trovare vini ad alto contenuto alcolico che vantano equilibrio, vitalità e complessità, o che siano compatibili con gli alimenti, rendendo i vini di difficile abbinamento. Una minore acidità mette a rischio anche la longevità del vino.

I produttori sono nettamente divisi sulla questione, ma io sono d’accordo con coloro che stanno limitando il diradamento dei grappoli per concentrarsi su vini di qualità che vantano freschezza, finezza ed equilibrio.

Brunello di Montalcino 2014: un’annata dall’eleganza facilmente approcciabile

The english version of this article was published on Wine Enthusiast: https://www.winemag.com/2019/02/28/2014-brunello-vintage-overcomes-difficulties/

La 2014 è stata una delle annate più fredde e piovose della memoria recente in Italia e Montalcino non ha fatto eccezione. Tuttavia, grazie alla competenza dei produttori più dedicati, ci sono alcuni affascinanti Brunelli di questa annata appena rilasciata,  vibranti e carichi di finezza, con poche eccezioni si possono già godere ora e nei prossimi anni. Offriranno puro piacere e bevibilità mentre si aspetta che i 2013 si sviluppino pienamente.

Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery
© Paolo Tenti | Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery

Madre Natura non si è trattenuta nel 2014 ed ha creato condizioni di crescita estremamente difficili per i produttori di Montalcino, portando molti a confrontare il 2014 con il diluvio del 2002.  L’annata 2014 è iniziata con un inverno insolitamente caldo e umido passando ad una primavera estremamente umida e fresca. Una breve pausa all’inizio di giugno ha portato qualche sollievo, ma non è durato a lungo. A metà giugno, le forti piogge e le temperature insolitamente fresche sono tornate insieme a violente grandinate che hanno colpito aree sparse in tutta la denominazione. Questo andamento meteorologico è continuato per tutto il mese di luglio. La pioggia si è attenuata ad agosto ma le temperature medie sono diminuite per tutto il mese. Forti pioggia sono tornate a settembre. Infine, l’ultima settimana del mese ha portato sole e temperature sopra la media che sono continuate per tutta la prima metà di ottobre, con la maggior parte dei produttori che hanno raccolto in questa finestra di tre settimane.

Raggiungere buoni risultati nel 2014 dipendeva quasi interamente dai produttori. Per tenere a bada le malattie fungine, i coltivatori hanno dovuto intervenire molto più del solito per proteggere la salute delle piante e gestire le foglie e la chioma. La selezione meticolosa delle uve delle sole bacche più sane è stata fondamentale per il successo. I produttori dovevano anche essere estremamente scrupolosi durante la vinificazione, con estrazioni non troppo spinte che si dimostrano migliori per la struttura più delicata dell’annata.

“Il 2014 ha avuto temperature fresche diurne e precipitazioni superiori alla media in estate, e condivide molte somiglianze con il 2002. Per mantenere i nostri standard di qualità in anni come questi, selezioniamo attentamente le uve e produciamo solo il nostro classico Brunello, ma non il nostro Brunello Pianrosso o il nostro Brunello Riserva Santa Caterina d’Oro “, afferma Paolo Bianchini, co-proprietario insieme alla sorella Lucia della tenuta Ciacci Piccolomini d’Aragona. “La nostra produzione è diminuita del 25-30% nel 2014, ma a causa di tutto il duro lavoro – dalle vigne fino all’imbottigliamento – siamo più che soddisfatti dei risultati”.

Baricci's Montosoli vineyard
© Paolo Tenti | Baricci’s Montosoli vineyard

Una manciata di produttori, tra cui Conti Costanti, Biondi Santi e Padelletti, non ha realizzato nessun Brunello 2014, ma declassificato al Rosso di Montalcino.

Come spiega Andrea Costanti, proprietario dell’azienda Conti Costanti, “Abbiamo raccolto in ritardo, intorno al 10 ottobre, ma sin dall’inizio ho deciso di fare meno Brunello e concentrarmi maggiormente sul Rosso di Montalcino che era delicato, elegante e aveva un’acidità eccellente. Dopo il secondo anno in legno, ho deciso di non realizzare affatto il Brunello e ho realizzato invece il Vermiglio Rosso di Montalcino. In questi anni difficili, voglio fare un grande vino che possa reggere la storia di Costanti e, a mio parere, nel 2014 non poteva essere il Brunello. Così ho deciso di fare un buon Rosso al posto di un mediocre Brunello. Ovviamente la mia decisione riguarda il mio terroir ed il mio vino, ma il 2014 si esprime al meglio nei vini più giovani “.

Dopo una lunga degustazione dei Brunelli 2014, sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla pura eleganza, dalla vivacità e dall’equilibrio delle bottiglie  di alcuni dei migliori produttori. Mentre non hanno la struttura ed il potenziale di invecchiamento tipico del Brunello, sono invitanti, fragranti, con aromi e sapori di bacca rossa fresca, viola, rosa ed erbe selvatiche. Hanno acidità vivace e tannini levigati. La maggior parte sono già  nella loro finestra ideale di bevibilità, ma i migliori dureranno anche fino a quindici anni .

L’acquisto di bottiglie dell’annata 2014 richede una particolare attenzione. Mentre la qualità complessiva è superiore alle aspettative, ci sono anche una serie di vini magri e diluiti, perché solo i produttori più esperti possono produrre vini eccezionali in questi anni difficili. Assicuratevi di vedere le mie recensioni complete quando usciranno sul sito di Wine Enthusiast.

Qui trovate tutte le recensioni sui Brunello di Montalcino uscite quest’anno (con il mese prossimo verrano completate): recensioni di Kerin O’Keefe sui Brunello di Montalcino uscite nel 2019

Brunello di Montalcino 2014: i miei Top 20

Accanto ai Brunello del 2014, anche le Riserve 2013 sono appena uscite. Elegantemente strutturate, precise e raffinate, le migliori mostrano un grande potenziale di invecchiamento. (Dai un’occhiata al vintage report dell’annata 2013).

 

Brunello di Montalcino 2013 (2012 e 2010) Riserva: i miei Top 10

 

Brunello di Montalcino 2013, 2012 e 2010 usciti quest’anno: i miei Top 5

 

 

Gianfranco Soldera, grande produttore di Brunello, muore a 82 anni

Gianfranco Soldera, uno dei vignaioli simbolo di Montalcino – noto per la produzione di eccezionali vini di notevole finezza ed equilibrio – è deceduto ieri, 16 febbraio, a Montalcino dopo che la sua auto è uscita di strada a causa di un presumibile malore. Aveva 82 anni.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera

Soldera ha fondato la sua tenuta Case Basse nel 1972, lasciandosi alle spalle una carriera di successo a Milano come broker assicurativo. Dopo aver cercato per anni la tenuta giusta per produrre vini eccezionali, si imbattè in una proprietà abbandonata a Tavernelle, a sud-ovest di Montalcino. Anche se non c’erano vigneti, Soldera era convinto che il terreno collinare vicino alla piccola chiesa di Santa Restituta sarebbe stato il luogo ideale per le sue aspirazioni enologiche. La sua intuizione si è dimostrata giusta, grazie al microclima secco, alle lunghe ore di luce solare e al terreno ricco di minerali. Soldera e sua moglie Graziella hanno pensato di realizzare un ecosistema unico per generare un equilibrio naturale e un microclima sano. A tal fine, Graziella ha creato un magnifico parco botanico di 2 ettari, completo di oltre 1.500 varietà di rose e numerosi altri fiori ed alberi. Un lago artificiale e nidi creati per favorire la dimora di una moltitudine di api, uccelli predatori, insetti, rane e serpenti, che a loro volta hanno sviluppato un sistema naturale ideale per le piante e la fauna selvatica.

A Case Basse Soldera produceva vini squisiti, delicatamente colorati e impeccabilmente equilibrati che vantavano una complessità affascinante. Erano l’esatto contrario del loro enologo piuttosto schietto e talvolta imperioso. Le sue spietate critiche ai migliori Barolo, Brunello e Borgogna insieme ai loro vignaioli divennero quasi mitici quanto i suoi vini, e come chiunque abbia mai visitato la tenuta ricorderà sicuramente che sputare durante le degustazioni, anche da campioni di botte, era severamente vietato.

Eppure, per quanto abrasivo potesse essere, l’innegabile passione di Soldera – alcuni potrebbero dire il fanatismo – alimentò la perenne ricerca della perfezione che portò a questi magnifici, memorabili e incredibilmente costosi Brunelli.

Seguendo i consigli del Maestro Assaggiatore Giulio Gambelli, Soldera ha mantenuto rendimenti notevolmente bassi, circa la metà di quanto consentito dal disciplinare del Brunello, ed è stato un pioniere nella selezione delle uve. Ha inoltre lavorato a stretto contatto con diverse università, tra cui l’Università di Firenze, per studiare la migliore gestione del vigneto e la vinificazione del Sangiovese, mantenendo sempre un approccio rigorosamente naturale a tutti gli aspetti della vinificazione. Il suo approccio radicalmente non interventista in cantina prevedeva solo fermentazioni spontanee con lieviti autoctoni effettuate in grandi tini di rovere di Slavonia e senza controllo della temperatura ma con frequenti rimontaggi, seguiti da un lungo affinamento in botti di Slavonia.
Soldera è stato uno dei principali sostenitori del 100% di Sangiovese ed è stato fondamentale per aiutare gli associati a guidare il Consorzio nel voto del 2008 che ha rigettato le modifiche proposte al disciplinare del Brunello che avrebbe consentito lìutilizzo di altre uve.
La polemica ha sempre circondato Soldera, ma è diventato sempre più isolato dopo il sabotaggio del dicembre 2012, quando un ex dipendente ha fatto irruzione nelle sue cantine, ha aperto i rubinetti sulle botti di Brunello e ha svuotato più di 62.000 litri di vino dal 2007 all’annata 2012.
In quello che doveva essere un atto di solidarietà, i membri del Consorzio si offrirono pubblicamente di donare parte del loro vino a Soldera, che rifiutò. Soldera ha rassegnato le dimissioni dal Consorzio nel marzo 2013, dopo aver espresso pubblicamente le sue opinioni sull’offerta che considerava a dir poco fraudolenta. Per rappresaglia per le sue osservazioni, il Consorzio lo espulse, anche se si era già dimesso. Nello stesso anno, Soldera estrasse i suoi vini dalla denominazione, preferendo invece etichettare i suoi vini come IGT Toscana.

© Paolo Tenti | Gianfranco Soldera and Kerin O’Keefe

Ricorderò per sempre la mia prima visita a Case Basse durante la vendemmia del 2003. Soldera acconsentì all’intervista, ma solo se avessi fatto le domande in cima a una tino di fermentazione di legno molto alto, così da poter continuare a pompare il vino mentre rispondeva alle mie domande. Dopo trenta minuti dall’inizio dell’intervista, tra le risposte alle mie domande, l’abbaiare degli ordini allo staff sottostante e l’attenzione al vino, notò ben prima che lo facessi che i vapori della fermentazione mi stavano facendo perdere i sensi. Mentre ero contenta di scendere, per me rimarrà sempre un ricordo prezioso. Più tardi, pochi secondi dopo aver dichiarato arrogantemente che il suo vino “era uno dei pochi vini veramente fantastici al mondo”, osservai mentre sorrideva teneramente e pazientemente seduto mentre una delle sue giovani nipotine metteva un bouquet di fiori appena colti sulla parte superiore della tuta che indossava quel giorno mentre lavorava in cantina.

Ho sentito dire che è difficile conciliare la personalità controversa di Gianfranco con l’eleganza quasi eterea del suo Brunello, ma io dico che l’uomo era complesso e profondo quanto i suoi affascinanti vini.

Vini italiani: i miei top 30 del 2018

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 3399 mie recensioni di vini italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini rossi italiani le cui recensioni sono apparse nel 2018 sono stati 2260. Qui trovate l’elenco completo: Vini rossi italiani recensiti da Kerin O’Keefe

Un’annata di assaggi sicuramente molto gratificante, i grandi rossi italiani hanno dimostrato tutto il loro potenziale suscitando l’interesse degli appassionati di tutto il mondo.

Vini rossi italiani: i miei top 10 del 2018

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 808 mie recensioni di vini bianchi e rosati italiani. Qui trovate l’elenco completo: Vini bianchi e rosati italiani recensiti da Kerin O’Keefe

I vini bianchi e rosati italiani sono ancora sottovalutati a livello mondiale, ma sta sempre più emergendo la consapevolezza della qualità, unita spesso ad una notevole longevità, tra i numerosi intenditori di vini italiani in ogni parte del mondo.

Vini bianchi e rosati italiani: i miei top 10 del 2018

 

 

Nel corso del 2018 sono state pubblicate su Wine Enthusiast 330 mie recensioni di bollicine e vini dolci italiani. Qui trovate l’elenco completo: Bollicine e vini dolci italiani recensiti da Kerin O’Keefe

La qualità delle bollicine e dei vini dolci italiani cresce di anno in anno e viene sempre più apprezzata a livello internazionale.

Bollicine e vini dolci italiani: i miei top 10 del 2018

 

Addio Giuseppe Rinaldi (in italiano)

Giuseppe “Beppe” Rinaldi, uno dei produttori più rispettati delle Langhe, è scomparso domenica 2 settembre all’età di 70 anni. E Barolo non sarà più la stessa senza di lui.

© Paolo Tenti | Giuseppe Rinaldi in 2013

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre (qui trovate le mie recensioni dei suoi Barolo 2009-2013).

Un appassionato difensore del Barolo artigianale e tradizionale, Beppe, soprannominato anche Citrico per la sua schietta, acida franchezza e senso dell’umorismo, ha creato Baroli sensuali e profumati che vantano sensazioni floreali, terrose, di bacche rosse insieme a sentori minerali che solo il Nebbiolo piantato nelle migliori vigne e non forzato in cantina può produrre.

Beppe rimaneva l’unico superstite del trio del Barolo soprannominati gli ultimo Mohicani. Il gruppo, che comprendeva i compianti Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, era un fedele difensore dei Baroli classici di territorio. Si unirono quando la “guerra del Barolo” imperversava tra i tradizionalisti e i cosiddetti modernisti: questi ultimi usavano i fermentatori rotanti e invecchiavano i vini in barriques nuove, mentre i tradizionalisti prediligevano lunghe macerazioni post-fermentative e l’affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia.

Beppe, Bartolo e Teobaldo alla fine hanno vinto quella guerra: in questi giorni la maggior parte dei produttori si è allontanata dalle pratiche aggressive di vinificazione e ha adottato tecniche di cantina meno invasive che esaltano le caratteristiche floreali, di piccoli frutti rossi e balsamiche del Nebbiolo. Ma Beppe passò alla successiva battaglia, quella di difendere i luoghi vitali del Barolo. Lui, insieme a Maria Teresa Mascarello ed Enzo Brezza, ha coraggiosamente sfidato l’establishment per difendere i vigneti storici del Barolo, in particolare il vigneto Cannubi. Come mi ha detto nel 2013, durante un’intervista per il mio libro su Barolo e Barbaresco: “Oggi i produttori di Barolo hanno piantato vigneti in aree in cui i nostri nonni non avrebbero mai immaginato di piantare il Nebbiolo.”

Con il medesimo nome di suo nonno paterno Giuseppe, che fondò l’azienda nel 1890, Beppe, dopo gli studi da veterinario, imparò l’arte della vinificazione e della viticoltura dal padre Battista, che si diplomò con lode alla Scuola Enologica di Alba. Nella loro villa alla periferia di Barolo, in cantine cavernose dominate da botti di rovere di Slavonia, troverai tutte le passioni di Beppe: una sedia primitiva fatta di barrique usate, con un cartello scritto a mano: “Il miglior uso della Barrique “, e in un’altra area a latere delle cantine di vinificazione e invecchiamento, due interi locali pieni di vecchie Lambretta in vari stadi di restauro e casse piene di pezzi.

Ma più di tutto la passione di Beppe consisteva nel fare in modo che i suoi vini esprimessero al meglio i rispettivi vigneti e le caratteristiche proprie di ciascuna vendemmia. A tal fine ha evitato le tecnologie di cantina più moderne, compresi i lieviti selezionati. “Non ho bisogno di lieviti selezionati. Prima che i lieviti selezionati fossero inventati, il vino fermentava spontaneamente. Ho semplicemente lasciato che la natura facesse il suo corso”, mi ha detto nel 2008. Non ha mai usato prodotti chimici nei suoi vigneti, che sono tra i siti più ambiti della denominazione: Cannubi San Lorenzo, Brunate, Ravera e Le Coste.

Ma al di sopra e al di là del suo terroso e sentimentale Barolo, Beppe aveva un carisma che poteva muovere gli eserciti, e ha marciato al ritmo di un diverso tamburino in tutti i sensi. In diverse occasioni, venivo a casa sua e, camminando attraverso l’elegante salotto, trovavo una delle sue motociclette parcheggiate di fronte agli eleganti divani, perché, come disse una volta a sua moglie Annalisa, “Stava piovendo ieri sera”.

Beppe era una di quelle rare anime che dicevano quello che pensava e combatteva duramente per ciò in cui credeva e non gli interessava di ottenere l’approvazione delle sue idee. E quando l’hai incontrato, anche se inizialmente non eri d’accordo con lui, poi non hai mai guardato il Barolo nella stessa luce di prima.

© Paolo Tenti | Barolo Giuseppe Rinaldi Brunate Le Coste 2009

Per fortuna le sue figlie, Marta, laureata in enologia all’Università di Torino e Carlotta, laureata in agronomia, hanno lavorato per anni con il padre. Il futuro dell’azienda è in ottime mani.

Ho scoperto per la prima volta che Beppe era malato ai primi di giugno e, mentre ero in Piemonte lo scorso fine settimana, avevo sentito che purtroppo le cose non stavano andando troppo bene. Sabato abbiamo condiviso una bottiglia di Barolo Brunate – Le Coste 2009 con amici e, anche in questa difficile annata, Beppe ha tirato fuori un capolavoro.

Addio Beppe, ci mancherai.

 

Brunello di Montalcino 2013: un’annata classica e splendente, da mettere in cantina

Se volete sperimentare l’energia, l’eleganza e la struttura che per secoli ha attratto appassionati e collezionisti al vino di Montalcino, il Brunello 2013 è la vostra annata.

Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery
© Paolo Tenti | Olmo vineyard at Gianni Brunelli winery

Si tratta di un’annata classica: i migliori 2013 hanno un notevole potenziale di invecchiamento, come non ho visto da anni. Ho assaggiato 181 dei Brunello appena usciti e ho dato a 112 vini 90 punti o più, con ben 21 che hanno ricevuto 95 punti o più, compreso un punteggio perfetto di 100. I vini migliori sono sorprendenti, con una radiosità che è mancata in molti dei Brunelli più muscolosi, più accessibili e più alcolici a cui ci siamo abituati nelle ultime annate. Il 2013 richiederà pazienza per raggiungere il suo massimo potenziale.

A differenza di anni estremamente caldi e secchi che sono diventati la norma a Montalcino dalla metà degli anni ’90 (ad eccezione di alcune annate, come 1998, 2002 e 2005), il 2013 è stato un tuffo nel passato: un anno fresco, con abbondanti piogge in primavera e la prima parte dell’estate. La gestione dei vigneti per mantenere l’uva priva di malattie si è dimostrata fondamentale. L’annata è stata praticamente decisa a settembre e nella prima metà di ottobre: mentre le temperature più fredde hanno prevalso, le uve hanno beneficiato di ampi raggi di sole e di condizioni ariose.

Il 2013 si è rivelata una stagione incredibilmente lunga e in crescita. I vitucultori che sono arrivati a settembre con uve sane – e fortunatamente ce ne sono stati molti – hanno potuto godere del clima mite e soleggiato, e hanno prodotto vini fragranti di medio corpo, carichi di finezza. I migliori sono impeccabilmente equilibrati, con acidità vibrante e tannini fermi ma nobili. Nel complesso, anche i livelli di alcol nel 2013 hanno mostrato un ritorno al passato, con molti vini che dichiarano 13,5% e  14% sulle etichette, in netto contrasto con il 14,5% e il 15% che sono diventati sempre più comuni dall’inizio degli anni 2000.

“Il 2013 è un’annata classica in tutti i sensi, e ha prodotto vini con intensità, eleganza e tannini solidi ma ben integrati. A differenza di altre annate più fredde nella memoria recente, come nel 2005 e nel 2008 che hanno avuto più pioggia, specialmente verso la fine della stagione di crescita, nel 2013 il clima soleggiato di settembre e la prima parte di ottobre hanno spinto in avanti in modo significativo la vendemmia. Abbiamo iniziato a raccogliere il nostro Sangiovese per il Brunello il 18 ottobre, circa venti giorni dopo il solito. Una vendemmia con questo ritardo non è accaduta dagli anni ’80 “, afferma Lorenzo Magnelli, co-proprietario della tenuta di famiglia Le Chiuse. Situata poco a nord di Montalcino, la piccola tenuta ha un’impressionante carta d’identità: era solita fornire le uve per le pregiate Riserve di Biondi Santi prima che Simonetta Valiani, ereditasse la proprietà da sua madre, la figlia al leggendario Tancredi Biondi Santi. Lorenzo, suo padre e sua madre hanno iniziato a produrre e imbottigliare i propri vini nei primi anni ’90. Lo spendido 2013 dell’azienda è incredibilmente raffinato.

Baricci's Montosoli vineyard
© Paolo Tenti | Baricci’s Montosoli vineyard

Anche Francesco Buffi, che gestisce la piccola azienda Baricci insieme al fratello Federico e ai suoi genitori, è entusiasta della vendemmia 2013: “È un Brunello da manuale, il tipo di annata che salutiamo a braccia aperte qui a Baricci.” Fondata dal nonno di Francesco Nello nel 1955, la piccola tenuta si trova sulla collina di Montosoli, uno dei vigneti più famosi di Montalcino. “Rispetto alle annate più calde, il 2013 mostra un altro aspetto del Sangiovese che è tutto merito di finezza, freschezza e vitalità, caratteristiche che ora vediamo sempre meno a causa dei cambiamenti climatici.” Sottolinea che l’annata è stata tutt’altro che facile. “Il 2013 è stato impegnativo e ha messo alla prova i nostri nervi, soprattutto quando il tempo incerto rappresentava una minaccia verso la fine di settembre. Ma quelli che non si sono fatti prendere dal panico e hanno aspettato fino alla prima settimana di ottobre sono stati premiati “, spiega Buffi.

Nel complesso l’annata è superba, ma ci sono stati alcuni Brunello al di sotto delle aspettative. Mentre alcuni viticultori evidentemente raccoglievano prima che le uve fossero completamente mature e producevano vini magri che mostravano aromi ancora acerbi, altri apparentemente lasciavano le uve sulla vite troppo a lungo e producevano vini con sensazioni di frutta cotta e con alcol evidente. Sebbene ce ne fossero meno che negli anni precedenti, ero più che sorpresa di vedere un numero di vini con 15% di alcol; oltretutto nel 2013 l’alcol era più spesso evidente rispetto agli altri anni.

Date le estreme differenze tra le varie sottozone e le notevoli diversità di altitudine delle vigne, è quasi impossibile giudicare le annate per l’intera denominazione. L’esperienza e gli stili di vinificazione dei produttori, insieme alla localizzazione dei loro vigneti, giocano un ruolo sempre più importante in ogni nuova annata, in modo particolare a Montalcino rispetto ad altre zone di produzione più uniformi.

L’originale dell’articolo in inglese compare qui: https://www.winemag.com/2018/02/14/2013-brunello-vintage-wines/

 

Qui trovate tutte le mie 273 recensioni (181 Brunello di Montalcino 2013, 88 Riserva 2012 e 4 Riserva 2011)

 

2013 Brunello di Montalcino: 30 Top-Rated Wines

 

Insieme all’uscita dei Brunello 2013 ci sono anche le Riserve 2012, di cui un buon numero ha raggiunto livelli altissimi, in particolare due a cui ho assegnato una valutazione perfetta di 100 punti.

2012 Brunello di Montalcino Riserva Top-Rated Wines: 10 Top-Rated Wines

E infine una favolosa Riserva 2011:

 

 

Bruno Giacosa è deceduto a 88 anni

Oggi il mondo del vino italiano ha perso una delle sue leggende, Bruno Giacosa, all’età di 88 anni.

© Paolo Tenti | a bottle of Barbaresco Bruno Giacosa Asili Riserva with the Asili vineyard in the background

I Barolo e Barbaresco di Bruno includono alcuni dei nomi più sacri del Piemonte, tra cui il Barolo Falletto, il Barolo Le Rocche del Falletto, il Barbaresco Asili e il Barbaresco Santo Stefano, mentre le sue bottiglie con l’etichetta rossa delle Riserve – realizzate solo nei migliori anni – sono tra i vini più ricercati al mondo.

Giacosa era un tradizionalista illuminato, che combinava un approccio largamente non interventista in cantina con idee innovative, come il cambiamento dalle tradizionali botti di Slavonia alle botti grandi di rovere francese non tostate fatte da Gamba fin dagli anni ’80, quando molti altri optavano per tostare le barriques che avrebbero mascherato le classiche sensazioni floreali, di frutti di bosco e di note balsamiche del Nebbiolo.

Ma furono le straordinarie capacità di degustazione di Bruno la chiave del suo successo. Ha lasciato la scuola a quindici anni per lavorare nell’azienda vitivinicola di suo padre, trascorrendo le sue giornate camminando tra le colline delle Langhe alla ricerca delle migliori uve, vale a dire Nebbiolo ma anche Barbera e Dolcetto. Il giovane Giacosa divenne presto noto per quello che molti descrivono come il suo palato d’oro, e avrebbe continuato a creare Barolo e Barbaresco di complessità, finezza e longevità dai vigneti più rinomati. Scoprì anche vigneti meno conosciuti che avrebbe reso famosi attraverso i suoi vini eleganti e impeccabilmente equilibrati. Il suo rispetto per le vigne e la sua comprensione del modo in cui davano ai vini personalità individuali arrivarono decenni prima del suo tempo. Le sue prime bottiglie da vigneto singolo, il Barbaresco Santo Stefano Riserva Speciale del 1964, il Barbaresco Asili Riserva del 1967 e il Barolo Vigna Rionda del 1967, sono stati tra le prime in Italia.

Giacosa ha influenzato diverse generazioni di viticoltori, tra cui Franco Massolino, dell’azienda Massolino a Serralunga. “Bruno Giacosa è stato uno dei primi a dimostrare agli amanti del vino di tutto il mondo l’incredibile potenziale dei nostri vigneti”, afferma Massolino.

“Era un vero ‘piemontese, con un carattere riservato e talvolta poteva sembrare, in apparenza, un pò irascibile”, afferma Aldo Vacca, amministratore delegato di Produttori del Barbaresco. “Ma era senza dubbio il più esperto conoscitore dei grandi vigneti delle Langhe, e ancora indietro negli anni ’60, Giacosa ha saputo fare alcuni dei capolavori indiscussi del mondo del vino italiano “.

Sebbene Giacosa fosse ben noto per la sua personalità un pò burbera, ho avuto la fortuna di vedere un altro lato di lui, prima e dopo il suo ictus del 2006. Un uomo di poche parole, quando era rilassato nella sua cantina mentre assaggiava, scherzava spesso con sua figlia Bruna, e il suo viso si illuminava di un sorriso disarmante ogni volta che parlava dei suoi vigneti preferiti, Asili e Falletto.

© Paolo Tenti | Bruno Giacosa

Ed è così che ricorderò Bruno Giacosa.

I Vini vulcanici d’Italia

Alcuni dei vini Italiani più interessanti e intriganti hanno una cosa in comune: le origini vulcaniche dei loro terreni. Mentre i vini dell’Etna vengono subito in mente, un numero sorprendente di grandi vini, dal Veneto alla Sicilia, provengono da terroir vulcanici.

© Paolo Tenti | working Ciro Biondi’s vineyard on Mt. Etna

E mentre la mineralità è uno dei soggetti più dibattuti nel mondo del vino, i terreni vulcanici d’Italia conferiscono innegabili sensazioni minerali che includono pietra focaia, grafite, ardesia e sentori salmastri, conferendo profondità e complessità ai vini che ne derivano.

Inoltre, molte di queste aree viticole hanno viti estremamente vecchie, alcune più di 100 anni in parti della Campania e della Sicilia, in molti casi a “piede franco”, in quanto i terreni vulcanici rendono le viti meno suscettibili agli attacchi delle fillossera. E quasi tutte le denominazioni “vulcaniche” si basano su varietà autoctone che hanno avuto secoli per adattarsi alle loro condizioni di crescita.

L’altitudine del vigneto, la tipologia dei vitigni e le pratiche di cantina giocano tutti un ruolo cruciale nel prodotto finale, ma i terreni vulcanici conferiscono struttura, longevità e un ulteriore livello di qualità ai vini. Ecco una selezione di alcuni di questi vini complessi e affascinanti.

L’articolo completo in inglese sarà pubblicato sul numero di Febbraio 2018, ma è già disponibile online qui: The Volcanic Wines of Italy

Campania

From left to right: Feudi di San Gregorio 2016 Fiano di Avellino; Cantine di Marzo 2015 Franciscus (Greco di Tufo); Contrade di Taurasi–­Cantine Lonardo 2011 Vigne d’Alto (Taurasi); La Sibilla 2015 Falanghina (Campi Flegrei); Mastroberardino 2009 Naturalis Historia (Tau­rasi) / Photo by Con Poulos

Veneto

From left to right: Palazzone 2015 Campo del Guardiano (Orvieto Classico Superiore); Sergio Mottura 2016 Tragugnano (Orvieto); Marchesi Antinori 2016 Castello della Sala San Giovanni della Sala (Orvieto Classico) / Photo by Con Poulos

Etna

Scrivere di vini (di Jessica Bordoni)

Passione e competenza. Sono queste le chiavi del successo di Kerin O’Keefe, tra le firme più autorevoli e influenti del giornalismo enologico internazionale.

intervista a kerin O'Keefe di Jessica BordoniNata vicino a Boston, nello stato del Massachusetts, negli anni Novanta Kerin O’Keefe si è trasferita nel nostro Paese e ha scelto la produzione vinicola italiana come principale focus della sua attività. È Italian editor per la rivista Wine Enthusiast dal 2013, nonché autrice di numerosi libri di successo come Franco Biondi Santi: il Gentleman del Brunello, ma anche Brunello di Montalcino: understanding and appreciating one of Italy’s greatest wines e, ancora, Barolo e Barbaresco: the King and Queen of Italian wine. L’abbiamo intervistata in esclusiva chiedendole di raccontarci le tappe più importanti della sua carriera e di darci un commento sull’export e sui trend di consumo di vino attuali.

leggi l’intervista: http://www.exploringtastemagazine.com/people/2-scrivere-di-vini

Trento e Trentodoc, ci scrive Kerin O’Keefe (di Angelo Peretti)

È purtroppo un bel po’ di tempo che non vedo di persona Kerin O’Keefe, che ritengo una delle wine writer internazionali più attente e preparate in materia di vino italiano. È per questa considerazione che mi trovo abbastanza spesso a citarla nei miei interventi. Ho parlato anche di un suo articolo uscito su Wine Enthusiast sulle bollicine trentine. Ne ho approfittato per dire la mia opinione sulla doc Trento e sul marchio Trentodoc. Ora mi scrive Kerin e mi chiede di far sapere la sua interpretazione. Lo faccio molto, molto volentieri, ringraziandola per il suo intervento, che mi pare molto chiaro e che ritengo faccia ulteriormente riflettere sul valore della denominazione di origine Trento.

Leggi qui: Trento e Trentodoc, ci scrive Kerin O’Keefe